La Finlandia esce dal trattato sulle mine. Imbarazzo Ue

Ieri, giovedì 19 giugno, il Parlamento finlandese ha votato con una larga maggioranza per abbandonare la Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta l’uso, lo stoccaggio e la produzione di mine antiuomo. È una decisione che, presa da un Paese UE e NATO, cambia gli equilibri etici e strategici della sicurezza europea.

La motivazione ufficiale è chiara: la Russia è una minaccia reale e vicina. La Finlandia, membro NATO dal 2023, condivide con Mosca oltre 1.300 chilometri di frontiera terrestre. Di fronte a un eventuale attacco, le mine tornerebbero utili come elemento difensivo su un territorio difficile, boschivo, scarsamente popolato, difficile da controllare in profondità.

L’eccezione che rischia di diventare regola
La mossa finlandese non è isolata. Lettonia e Lituania hanno già compiuto lo stesso passo. Paesi baltici e nordici stanno rivedendo da mesi le proprie dottrine militari, abbandonando alcune delle eredità umanitarie del post-Guerra Fredda in nome della deterrenza e della prontezza militare.

Ma l’allarme lanciato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa è chiaro:

“Il consenso globale che un tempo rendeva le mine un simbolo di disumanità si sta frantumando. Saranno i civili a pagare il prezzo”.

Ed è difficile dargli torto. L’Ucraina è oggi il Paese più minato al mondo. In vaste aree, interi villaggi non sono più accessibili. Campi agricoli, scuole, strade: ogni metro può essere letale. E spesso, a essere uccisi non sono i soldati, ma i bambini, i contadini, le famiglie di ritorno.

La difesa europea si sta ridefinendo
La Finlandia, come i suoi vicini baltici, non ha dimenticato il 24 febbraio 2022. L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato il passaggio da una difesa “difensiva” a una dottrina più muscolare e territoriale. Il concetto di “resilienza” oggi include anche l’uso di strumenti che, fino a pochi anni fa, erano considerati eticamente inaccettabili.

Questa trasformazione non è solo militare: è culturale, politica, giuridica. Il diritto internazionale, per decenni base del soft power europeo, viene ora ridiscusso anche all’interno della stessa UE. Non per vocazione autoritaria, ma per necessità percepita.

Cosa dice l’Europa?
La scelta finlandese mette in imbarazzo Bruxelles, che ha fatto della diplomazia umanitaria un pilastro della sua politica estera. La Convenzione di Ottawa è stata sostenuta con forza dall’UE, che ha finanziato programmi di sminamento in decine di Paesi post-conflitto.

Ma ora la logica della minaccia percepita prevale sul principio. E se Lettonia, Lituania e Finlandia – tutti membri UE – iniziano a fare eccezione, quanto potrà reggere il fronte morale europeo?

Il dilemma strategico
Da una parte c’è la logica militare: in caso di invasione russa, le mine possono rallentare e canalizzare l’avanzata. Le truppe finlandesi conoscono il loro territorio e possono usarle come strumento temporaneo e mirato.

Dall’altra, c’è la realtà post-bellica: le mine non scompaiono mai davvero. Restano nei boschi, nei campi, negli orti. Uccidono per decenni dopo la fine di una guerra. E trasformano la pace in una trappola.

Una svolta che ci riguarda tutti
Il caso finlandese non è tecnico, è politico, simbolico e strategico. Parla di un’Europa che ha smesso di credere che la guerra sia un’eccezione. E che comincia a rivedere anche i suoi valori fondanti, nel nome della sicurezza.

Il rischio? Che l’eccezione diventi la norma, e che strumenti concepiti per proteggere la popolazione diventino nuove minacce per le generazioni future.

Nel frattempo, la logica del deterrente militare si sta mangiando quella dell’etica multilaterale. E questa volta, non succede a Mosca. Succede a Helsinki.

By Fanny Schertzer – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11153323