Negli Stati Uniti è scattato un nuovo allarme per la sicurezza nazionale. Secondo un avviso congiunto diffuso dal National Counterintelligence and Security Center (NCSC), dall’FBI e dal servizio di controspionaggio del Pentagono, i servizi segreti cinesi stanno intensificando le operazioni di reclutamento di attuali ed ex funzionari governativi americani, sfruttando tattiche sempre più sofisticate e ingannevoli.
Secondo l’allerta, Pechino utilizza coperture plausibili – società di consulenza, think tank aziendali, fondazioni di ricerca – per avvicinare persone che hanno avuto accesso a informazioni sensibili durante il loro incarico federale. Gli obiettivi non sono solo agenti dell’intelligence o ufficiali militari in pensione, ma anche ricercatori licenziati o non rinnovati da agenzie civili come i National Institutes of Health (NIH), in molti casi contattati tramite piattaforme social come Bluesky, con inviti a “proseguire la carriera” in Cina, in particolare nella zona di Shenzhen.
Il metodo è rodato: si parte con un incarico retribuito e apparentemente innocuo, come una ricerca accademica o una consulenza tecnica, poi si alza il tiro. I reclutatori cinesi iniziano a richiedere dettagli più specifici, documenti, opinioni riservate. Il compenso cresce, così come il rischio. Tra i segnali d’allarme individuati dal NCSC figurano stipendi insolitamente alti, condizioni di lavoro troppo flessibili, e una comunicazione eccessivamente lusinghiera da parte dei presunti datori di lavoro.

Dietro questi approcci si nasconde spesso una vulnerabilità strutturale. Ex funzionari licenziati o non stabilizzati, magari frustrati, in difficoltà economica, o delusi dall’amministrazione pubblica, diventano bersagli ideali. Secondo quanto riportato da Reuters, la Cina – e, parallelamente, la Russia – avrebbe ricevuto mandato di intensificare il reclutamento proprio tra i profili “scartati” dagli Stati Uniti, in particolare quelli con un passato nella sicurezza nazionale.
Il fenomeno non è nuovo. Da anni Washington accusa Pechino di pratiche aggressive di spionaggio industriale e militare, in particolare tramite il web. Ma oggi il contesto è cambiato. La digitalizzazione ha moltiplicato i canali di accesso e la crisi interna americana – tra licenziamenti, smantellamento di dipartimenti strategici e incertezza occupazionale – ha creato un bacino di potenziali fonti pronto per essere intercettato.
Non si tratta solo di un problema di dati classificati. La Cina punta anche a know-how scientifico e tecnologico. Una strategia che, secondo l’Agenda Digitale, ha già prodotto “il più grande trasferimento illegittimo di ricchezza nella storia”, attraverso il furto di proprietà intellettuali da aziende, università e istituzioni americane.
Eppure, proprio qui sta una delle falle più preoccupanti: i ricercatori, i funzionari civili e molti impiegati statali non ricevono un’adeguata formazione in materia di controspionaggio. Mentre chi ha fatto parte delle forze armate o dell’intelligence ha strumenti per riconoscere certi approcci, molti ex dipendenti civili restano esposti, spesso ignari della portata dei rischi.
Il NCSC ha ribadito che l’obbligo di protezione delle informazioni sensibili non termina con la fine del contratto pubblico. Ma nel mondo reale, tra budget tagliati, insoddisfazione crescente e scarsa vigilanza, questi obblighi rischiano di restare sulla carta.
In un’epoca di spionaggio distribuito, fatto di profili LinkedIn, offerte di collaborazione e pagamenti via PayPal, il fronte della sicurezza nazionale si è spostato ben oltre le stanze blindate del Pentagono. Oggi, la vera sfida è mantenere la soglia d’attenzione anche fuori servizio.



