L’India oggi si racconta al mondo come una potenza compiuta. È il Paese più popoloso del pianeta, cresce più in fretta della Cina, firma accordi strategici con Stati Uniti, Russia, Europa, si propone come leader del Sud globale. Nei forum internazionali il volto ufficiale è quello dei grandi corridoi industriali, dei poli dell’informatica, dei satelliti lanciati nello spazio, del ceto medio urbano che acquista casa e automobile.
Ma dietro questa vetrina scintillante c’è un’altra India, fatta di baracche e demolizioni, di quartieri che possono sparire in una mattina sotto i colpi delle ruspe. È su questa India che torna a cadere l’ombra lunga della povertà urbana.
Nei primi giorni di novembre, a Mumbai, nel quartiere di Malvani, le autorità hanno abbattuto in poche ore più di un centinaio di case “non autorizzate”, cancellando interi vicoli di lamiera, mattoni di recupero, teli di plastica inchiodati a pali di legno. Pochi giorni dopo, nella stessa zona, un’altra operazione ha raso al suolo altre centinaia di strutture informali sorte vicino all’area delle mangrovie, in nome della tutela ambientale e del “ripristino della legalità”.
Chi abitava lì si è ritrovato per strada, i mobili accatastati in fretta, i tetti smontati a colpi di mazza, la vita compressa in qualche borsa di plastica. Migliaia di chilometri più a est, nello Stato dell’Assam, nel distretto di Goalpara, centinaia di famiglie hanno ricevuto avvisi di sfratto nell’ambito dell’ennesima campagna di “recupero delle terre pubbliche”: lettere consegnate casa per casa preannunciano demolizioni su ettari ed ettari di villaggi, trasformati all’improvviso in occupazioni abusive da cancellare.
Non è una deviazione, è un metodo. L’India urbana vive da anni in una sorta di stato d’emergenza permanente nello spazio dell’abitare. Le stime interne parlano di decine di milioni di persone che vivono negli slum, una quota enorme della popolazione urbana, con punte altissime nelle metropoli dove gli insediamenti informali continuano a crescere nonostante le politiche di “bonifica”.
Molti di questi quartieri, spesso privi di riconoscimento legale, non compaiono nemmeno nelle mappe ufficiali: esistono finché non intralciano un progetto infrastrutturale, un nuovo complesso residenziale, una strada, un parco, una speculazione.
Al centro di questo meccanismo c’è un dato che raramente entra nei discorsi trionfali sulla Nuova India: la stragrande maggioranza dei lavoratori vive e lavora in condizioni informali. La cifra che ritorna nei rapporti è sempre quella: nove lavoratori su dieci guadagnano da vivere senza contratto stabile, senza tutele piene, spesso senza contribuzione regolare.
Questo significa che muratori, domestiche, venditori ambulanti, facchini, piccoli artigiani, addetti alle pulizie, una parte consistente dei servizi urbani, non hanno alcun accesso garantito all’edilizia formale. Sono troppo poveri per entrare nel mercato immobiliare ufficiale e troppo indispensabili perché le città possano farne a meno.
In questo quadro, la baracca non è solo una “violazione edilizia”: è l’esito concreto di un intreccio di salari bassi, assenza di welfare e politiche urbanistiche che trattano la casa come una merce tra le altre. La stessa crescita che permette all’India di alzare la voce sulla scena globale si appoggia su questa architettura di precarietà.
Le baracche si allineano lungo le ferrovie, si addossano ai muri dei compound delle classi medie, si infilano nelle pieghe delle aree industriali, si arrampicano sulle sponde dei fiumi inquinati. E possono essere demolite in qualsiasi momento, perché chi ci abita raramente possiede un titolo riconosciuto.

Le operazioni di sgombero vengono quasi sempre presentate come atti di igiene urbana o di tutela dell’ambiente. A Mumbai si parla di proteggere le mangrovie dall’occupazione illegale, altrove di liberare terreni statali dal “land grabbing”, altrove ancora di “riqualificare” il paesaggio in vista di nuovi investimenti. Nelle parole ufficiali, il problema sono sempre le baracche, mai le condizioni che le hanno rese necessarie.
Di rado si parla di ciò che succede dopo: famiglie costrette a spostarsi ancora più in periferia, bambini che perdono la scuola, donne che devono rifare da capo la rete di relazioni, lavoratori che si ritrovano lontanissimi dai luoghi di lavoro e quindi ancor più esposti al licenziamento o al calo degli ingaggi.
Nel frattempo, il governo centrale e molti Stati federati cercano di mostrare un volto “sociale” attraverso programmi di edilizia popolare e alloggi a basso costo. Anche qui, però, la realtà è molto più ambigua della retorica. Molti complessi costruiti per gli ex abitanti degli slum sono collocati in zone isolate, senza trasporti, scuole, ospedali. Non di rado le unità abitative sono minuscole, con materiali scadenti e senza alcuna attenzione al clima.
In un Paese dove le ondate di calore si fanno più lunghe e intense, e in cui intere regioni superano regolarmente i 45 gradi, vivere in un monoblocco di cemento senza ventilazione, con finestre minuscole e tetti non isolati, può significare ammalarsi o morire di caldo proprio in quegli edifici pensati per “migliorare” le condizioni di vita.
Mentre si demoliscono gli slum, dunque, non si demolisce la struttura che li rende inevitabili. L’India continua a presentarsi come modello di crescita sostenuta e di modernizzazione tecnologica, ma la base produttiva resta profondamente sbilanciata: il lavoro informale regge una parte decisiva dell’economia, la maggioranza delle persone non dispone di risparmi né di protezioni, e una quota enorme della popolazione urbana vive in case che lo Stato può dichiarare illegali in qualunque momento.
Il risultato è una sorta di schizofrenia strutturale. Da un lato, un Paese che punta a essere mediatore tra Nord e Sud del mondo, che rivendica il proprio ruolo di grande democrazia e di potenza responsabile; dall’altro, una realtà in cui milioni di abitanti delle città vivono in condizioni di slum e vengono trattati come intrusi, occupanti, problemi da rimuovere, non come cittadini da includere.
Ogni volta che una ruspa entra in uno slum, l’India mostra quale parte di sé considera sacrificabile in nome dell’immagine globale: le vite di chi costruisce le città ma non può abitarle.
“Demoliscono le baracche, ma non la povertà” non è una formula retorica. È la descrizione di un ciclo: spostare più in là il problema, stringere l’inquadratura per non vedere, parlare di ordine e sviluppo mentre si svuotano interi quartieri della loro popolazione più povera.
Finché la discussione sulle grandi strategie economiche del Paese non incrocerà davvero la questione dell’abitare e dei diritti urbani, l’India resterà una potenza con i piedi nella polvere, pronta a mostrarsi al mondo come vincente, ma incapace di garantire alle proprie città qualcosa di semplice e radicale: un tetto sicuro che non possa essere spazzato via in un mattino di novembre.



