sabato, Gennaio 17, 2026

Inchiesta sul Piano Regolatore di Roma

di Elisa Benzoni

Se si fa passare la riduzione delle cubature nel piano regolatore come rivoluzione sociale e ambientale per una città con presente e prospettive a crescita zero in termini demografici, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Partiamo dunque da qui. Era il 2008 e il Comune di Roma, guidato da Walter Veltroni, si apprestava a quella che il Comune di Roma stesso celebrava come svolta: il varo del nuovo Piano regolatore generale, a distanza di quarantacinque anni da quello precedente del 1965.
Il piano regolatore, presentato nel 1962, prevedeva una crescita di Roma particolarmente sostenuta e ci si aspettava che la Capitale potesse arrivare a 5 milioni di abitanti nell’arco di un trentennio. Apriva dunque, in questa ottica ai costruttori e ai diritti di edificabilità che gli stessi rivendicavano, oltre che ai cambiamenti della destinazione di uso dei terreni.

Molto diversa però era diventata la situazione dal 1990 in poi. Roma è la città italiana con maggior consumo di suolo mentre le prospettive di crescita sono ormai azzerate dal punto di vista demografico.
Nel 2008 viene quindi fatta passare la limitatissima riduzione di cubature come un passaggio fondamentale, quando invece in una situazione del genere, i diritti edificatori andavano ridotti. La possibilità di farlo c’era. Ma la filosofia che nasce negli anni Novanta, quella del “pianificar facendo”, aveva di fatto automaticamente ribattezzato diritti edificatori. E il piano è in qualche modo il frutto di quella cultura. Si perseguirono dunque accordi con i privati, limitando le cubature. Una conferma dell’incapacità del pubblico di resistere alle pressioni, ma la narrativa a cui è stata sottoposta la Capitale e i suoi cittadini è totalmente diversa.
Roma era già nel 2008 una città con una domanda abitativa di fascia alta esigua, mentre rimaneva alta la richiesta di alloggi popolari. Oggi il quadro è ancora peggiorato: 150 mila i vani sfitti, segno inoppugnabile della non necessità di edificare ex novo, uniti a una domanda molto consistente di alloggi popolari, totalmente inevasa.

Partiamo da qui per fare un bilancio di questi 14 anni di Piano, un Piano che programma nuove costruzioni con una crescita zero, case sfitte, e la domanda di case a canone normale bassa. Sembra che l’unico risultato positivo lo si ottenga in termini di verde pubblico nella definizione e tutela di nuovi parchi e nuove aree verdi (Tormarancia, Mistica, Aguzzano, Centocelle e ampi comprensori di Valle dei Casali, Tenuta dei Massimi, Marcigliana e Veio), visti come contraltare a quello che da tutti viene considerato eccessivo consumo di suolo. A questo avrebbe dovuto accompagnarsi la riduzione delle nuove costruzioni. Ma non avviene perché quel che di fatto si realizza è il trasferimento dei diritti edificatori su altre aree.
Il piano poi si concentra su tre punti che nella stesura si tengono coerentemente l’uno sull’altro come elementi di riqualificazione urbanistica, socio-culturale e ambientale: policentrismo, riqualificazione dei quartieri periferici, cura del ferro. Proviamo ad analizzare questi 3 punti.

Il sistema policentrico avrebbe dovuto realizzarsi mettendo a disposizione delle periferie luoghi di cultura collettiva e di interesse comunitario e direzionale: al loro posto solo grandi aree commerciali funzionali agli interessi privati. Infatti, i nuovi centri si configurano non come nuove aree urbane con servizi, ma come vere e proprie cattedrali nel deserto con edilizia residenziale a corredo. Quasi tutti intorno al Gra e alle autostrade e quasi tutti non collegati attraverso il ferro (a volte semplicemente uniti dalle vecchie linee ferroviarie).
Una menzione speciale riguarda Porta di Roma, la cui realizzazione partì prima del 2008. Avrebbe dovuto essere collegata dalla metro B1 – condizione necessaria e preventiva prevista dal PRG – ma i costruttori contando sui ritardi del Comune nella costruzione della linea, chiesero, dietro pagamento di un corrispettivo, di derogare alla legge in attesa che i lavori della metro vengano compiuti.
I centri commerciali avrebbero dovuto essere parte di nuovi servizi pubblici, diventano per lo più uscite isolate del Grande raccordo anulare, con importanti soluzioni di continuità rispetto al contesto urbano. Il risultato è totalmente opposto a quello previsto. La subalternità della politica rispetto ai capitali dei costruttori è evidente.
Più in generale sulla riqualificazione delle periferie, poco o nulla è stato fatto. Cavallo di battaglia di ogni appuntamento elettorale, il tema parte da un problema di base: il funzionamento del municipio e l’esiguità dei suoi compiti e poteri. Il municipio non fa programmazione, al massimo propone e promuove. E’ il Comune che decide e finanzia e dunque è spesso lontano (soprattutto in una città complessa come Roma) da esigenze di riqualificazione e raramente riesce a capire l’importanza di un progetto.
Il terzo punto su cui il PRG insiste è quello della cura del ferro: slogan e obiettivo apprezzabile ma purtroppo non perseguito con determinazione. Così la chiusura dell’anello ferroviario non vedrà la luce. Se ne parla da decenni, ma, a oggi, il progetto non è stato ancora realizzato. Ed evitiamo di affrontare anche la questione delle metropolitane. Valga su tutte una considerazione relativa alla linea C: non inserire nei contratti tempistiche e penali è l’esempio della inadempienza colpevole delle politiche della mobilità.

Gli strumenti basilari del piano, il sistema delle perequazioni e delle compensazioni, hanno consentito ai costruttori di continuare sulla strada del consumo di suolo, senza che il pubblico fosse in grado di controllare, limitare, consentire o impedire, anche soltanto conoscere. Entrambe le forme contengono elementi di convenienza, opportunità e giustizia, ma solo a patto che il Comune eserciti il controllo che è suo compito esercitare. Altrimenti si trasformano nello stravolgimento della programmazione e con essa dell’aspetto della città. Perché è la realizzazione giuridica, normativa e finanziaria dell’eccezione come regola e come modus operandi. Appunto il “pianificar facendo”.

In una città con problemi sociali sempre più evidenti ed aggravati dalla crisi economica seguita alla pandemia da covid e alla guerra, non possiamo evitare il riferimento alle case popolari, per lo più assenti dal piano e, per la verità, dalle attività del comune di Roma da oltre un trentennio. Delle tre forme di edilizia residenziale pubblica, convenzionata, agevolata e sovvenzionata, l’ultima è quella totalmente pubblica: lo stato si fa carico della costruzione e, in base alle condizioni economiche e alla numerosità delle famiglie, assegna gli alloggi. Ormai è il caso più difficile da trovare, soprattutto a Roma. Negli altri due casi invece, convenzionata e agevolata, il Comune, in accordo con il privato, permette di costruire e, tramite agevolazioni, supporta il privato in una operazione che ha una funzione pubblica e non di profitto e il privato dovrebbe vendere o affittare a prezzo calmierato. Anche in questo caso però il pubblico non è stato e non è in grado di controllare. Il privato quindi si trova ad affittare a prezzi di mercato, nonostante il mandato della convenzione, e dunque a fare profitto con il pubblico sostegno.

Abbiamo chiesto a due urbanisti Paolo Berdini, ex assessore all’Urbanistica della giunta Raggi, e a Carlo Cellamare, docente di Urbanistica presso La Sapienza, Università di Roma, un bilancio del piano.
“Il Comune – spiega Berdini – ha visto tagliare progressivamente nel tempo le risorse a sua disposizione. In conseguenza è stato portato a ricorrere ai privati. Parte così e progressivamente si afferma, un processo di delega al privato del processo di urbanizzazione; il rapporto tra pubblico e privato si traduce in una subalternità del primo rispetto al secondo. Quello che non vediamo, o fingiamo di non vedere, è che il privato si muove nella logica del profitto. E anche quando supplisce al pubblico servizio lo fa in questa logica. Va dove è suo interesse andare, non c’è logica politica di comunità. Il compito del pubblico è tutt’altro”.
“Ci siamo mossi – ha commentato Cellamare – delegando e assieme diminuendo il controllo. E con la diminuzione del controllo è mancata la stessa capacità di gestire e governare la trasformazione. Dobbiamo attrezzare e predisporre una pubblica amministrazione che sia capace di fare bene il suo lavoro, evitando esternalizzazioni. Dobbiamo fare di questo principio un valore amministrativo, civico e politico. Solo dando valore alle funzioni comunali che si occupano di questo si potrà uscire da questa situazione”.
Le due voci ribadiscono l’importanza del ruolo del pubblico e la necessità di porre rimedio alla delega al privato del processo di urbanizzazione. Mentre il commento che più frequentemente troviamo sulla stampa sembra andare nella direzione opposta. E al controllo si sostituisce la semplificazione.

In questi ultimi due mesi da una parte Roberto Morassut, ex assessore all’urbanistica di Veltroni e sottosegretario all’Ambiente nel secondo governo Conte, e dall’altra l’ex presidente di Ance Roma-Acer, Nicolò Rebecchini, hanno dichiarato all’unisono che dopo 14 anni occorre semplificare adeguandosi a quello che avviene anche a livello nazionale, perché, per sintetizzare, le norme del PRG risultano essere troppo rigide.
“Il punto è quello di adeguarsi alle normative nazionali: oggi il Prg è rigidissimo sui cambi di destinazione d’uso, non è riuscito e non riesce a essere uno strumento snello in grado di dare risposte al cambio di interessi dei cittadini e delle parti sociali …, si può procedere con le semplificazioni, dando maggiore flessibilità nelle funzioni”. “In questi 14 anni la legislazione nazionale si è molto semplificata ed è giusto che il Prg vi si allinei. Bisognerebbe fare un lavoro di disboscamento normativo e semplificazione e non ritengo che sia troppo difficile riuscirvi”.
Il primo, per vostra opportuna curiosità è Rebecchini a Radio Colonna, il secondo è Morassut a RomaToday.
Ci sarebbe piaciuto poter ospitare la loro opinione, ma sia Morassut che i rappresentanti dell’Acer, per quanto sollecitati più volte, non ci hanno voluto illustrare le loro ragioni.

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