C’è qualcosa di nuovo nelle urne, anzi di antico: la destra, quella arrogante, urlatrice, più forcaiola che istituzionale, ha preso una bella batosta nei centri urbani. Forse è la fine della sua corsa? Non ovunque, certo. La provincia italiana – esclusa dai riflettori del PNRR, nutrita più di B&B e wine bar che di infrastrutture e servizi – continua a strizzare l’occhio alla destra, un po’ come le contee statunitensi dove Trump vince tra un drive-in e una tavola calda. Ma nelle città, dove i problemi si vedono in maniera differente e le soluzioni non si possono improvvisare in conferenze stampa, la musica è cambiata.
Il centrosinistra, per sbiadito che sia, ha vinto. E l’ha fatto sotto la guida di Elly Schlein, che più che leader sembra un rebus vivente per il suo stesso partito: vince troppo per piacere davvero a chi è abituato a campare di bilancini da congresso, di 0,3% da trattativa interna e di inciuci ben congegnati. Non sarà Che Guevara, ma ha fatto una cosa semplice e rivoluzionaria: ha riallacciato il PD al suo elettorato naturale, quello del progressismo moderato, concreto, urbano.
Ma ora viene il difficile. Perché se è vero che le città hanno indicato la strada, è altrettanto vero che la provincia non può essere lasciata indietro. Va riconnessa al progetto politico, non con le promesse da convegno ma con azioni concrete: trasporti, servizi, scuola, ospedali, lavoro. Non basta vincere a Bologna o a Genova se a pochi chilometri di distanza le persone si sentono abbandonate e votano chi urla più forte, anche se dice sciocchezze. Il rapporto con gli esclusi va ricostruito, pezzo per pezzo, senza paternalismi, ma con ascolto e proposte serie.
Nel frattempo, però, c’è un’urgenza assoluta e impellente: ricacciare la destra di Meloni e Salvini nel posto dove forse si trovano più a loro agio — non le istituzioni, ma un poligono di tiro, dove possano finalmente smettere di sparare metaforicamente (e non solo) su migranti, poveri, sindacati, dissidenti e chiunque osi alzare la testa. Sono anni che governano a colpi di paura, trasformando la disperazione sociale in pacchetti elettorali. Ma adesso basta. Questi che sarebbero solo imbarazzanti se non fossero dannosi hanno già provocato abbastanza macerie.
Il centrosinistra, se vuole raccogliere questa eredità di fiducia, deve fare una cosa sola ma decisiva: smettere di piacersi e iniziare a parlare al Paese. Non con un programma da romanzo russo, ma con dieci emergenze chiare, affrontabili, prioritarie. Dalla casa al lavoro, dalla scuola all’ambiente, dalla sanità pubblica alla giustizia sociale.
Quello che fino a ieri sembrava impossibile, oggi pare finalmente percorribile. Ma solo se, per una volta, si evita di fermarsi al primo casello per una foto ricordo. E si comincia, davvero, a costruire un’alternativa. Proossima tappa: andare a votare per i referendum.



