A Torino e Milano, entrambe con sindaci del Partito Democratico, ma di sicuro qualche sindaco del centrodestra li seguirà, è stato istituito il divieto di fumare all’aperto. Chi scrive è di parte, avviso subito il lettore, dall’alto delle mie sessanta sigarette al giorno, cosciente dei rischi per la mia salute e per quella degli altri.
Questi divieti, che partono dal giusto principio di preservare la salute pubblica, di donne incinte e bambini in particolare, specificano gli estensori dei divieti, chissà se invece fumare in faccia agli anziani è ben visto dall’Inps per risparmiare sulle pensioni, assumono nella loro applicazione pratica i contorni della commedia all’italiana.
A cominciare dalla distanza dai soggetti da tutelare. Dieci metri a Milano e cinque metri a Torino, o viceversa, è lo stesso. Immaginiamo i solerti vigili urbani, già tanto amati per tanti altri motivi nelle città in cui operano, con il metro in mano a misurare la distanza tra il fumatore e il non fumatore. Ma esattamente da chi? Dal primo che ha reclamato o dall’ultimo in fondo alla fila?
Facile immaginare la pioggia di reclami al Tar contro le multe ai fumatori. Quando il Codacons avrà esaurito le sue mille cause contro la Ferragni, avrà molto da lavorare su quella che gli estensori dei provvedimenti chiamano “distanza di cortesia”. Un concetto dell’anima più che dell’amministrazione pubblica. Che in realtà parte dal presupposto che il fumatore sia scortese per antonomasia, necessiti di una multa per spegnere la sigaretta.
A questo punto noi fumatori chiediamo il Var, come per il fuorigioco dei calciatori. O almeno un’ammonizione prima dell’espulsione, cartellino giallo alla prima infrazione e cartellino rosso alla seconda, espulsione immediata per quelli che fumano il sigaro. Per chi non segue il calcio, il Var è lo strumento elettronico che esamina le situazioni dubbie come il fuorigioco tramite filmati per stabilire se effettivamente chi ha segnato era dietro l’ultimo difensore.

Poi, dopo il Tar e il Var, il fumatore dovrebbe poter far ricorso anche all’Ar, la realtà aumentata, quegli occhiali che contemporaneamente alla strada ti mostrano tutti i dati elettronici necessari a calcolare distanze, direzioni, nomi dei monumenti e tanto altro. La sanità pubblica dovrebbe prescrivere ai fumatori occhiali Ar per calcolare le distanze, per giocarsela alla pari con l’infame delatore che lo denuncia alla muncipale.
Si scherza naturalmente, ma nemmeno tanto. Se portassimo alle estreme conseguenze logiche questi divieti, i paradossi proposti non sarebbero poi così irreali. Infatti i primi a essere presi in giro da questi provvedimenti sono proprio i non fumatori. Per esempio quando gli dicono che così l’aria nelle città sarà più respirabile.
Ma davvero? I livelli di Co2 emessi dalle macchine invece rendono l’aria respirabile? Provate ad attraversare una città portando un bimbo nel passeggino ad altezza tubi di scarico dei veicoli e poi, dati alla mano, convinceteci che sono le sigarette il problema dell’aria irrespirabile nelle metropoli.
La presa in giro più grave per i non fumatori è che queste regole sono così vaghe che resteranno inapplicate. Nel 2021 l’erario ha incassato 14,41 miliardi dal tabacco e da allora i prezzi sono aumentati alimentando ulteriori profitti . Pensate davvero che a qualcuno interessi diminuire una delle poche entrate certe dello Stato? Perchè la verità è che se si vuole ridurre i danni del fumo ai singoli e alla collettività bisogna spendere soldi pubblici.
Con la prevenzione, ad esempio, più che con i divieti. Una prevenzione che dovrebbe riguardare tutti i campi della salute, fin dalle scuole primarie, del corpo e dell’ambiente. Insieme all’educazione civica che insegna i principi della convivenza civile, oltre a quelli della Costituzione, che tutelano sia i fumatori che i non fumatori.
Pur vivendo in una città come Roma dove per alcuni essere cafoni è un vanto, non conosco quasi nessuno che di fronte a una cortese richiesta di evitare di dare fastidio con il fumo anche all’aperto non spenga la sigaretta. Il buonsenso, che per paradosso è auspicato persino nelle stesse delibere che istituiscono il divieto di fumo a cinque metri, indicativo del carattere esclusivamente propagandistico del provvedimento, è andato perso negli anni anche a causa di delibere come queste sul fumo.



