Il ras delle soffitte e l’impero costruito sul bisogno

A Torino si è chiusa con un patteggiamento la vicenda giudiziaria di Giorgio Molino, 83 anni, soprannominato “il ras delle soffitte”. Un soprannome che, da solo, racconta già un pezzo di storia della città e del mercato immobiliare più opaco.

Molino ha accettato una pena di tre anni di reclusione, da scontare ai domiciliari per l’età avanzata, e il pagamento di circa 7 milioni e mezzo di euro di imposte evase, frutto di affitti per oltre 42 milioni di euro non dichiarati in pochi anni.

Chi è Molino? Un uomo che, tramite una galassia di società intestate ad altre persone, ha gestito più di 1.400 unità immobiliari nel capoluogo piemontese: soffitte, cantine, mini-alloggi, concentrati soprattutto nei quartieri popolari di Aurora, Barriera di Milano, Lingotto.

Spazi spesso al limite dell’abitabilità, affittati a persone in difficoltà economica, migranti, lavoratori poveri, famiglie ai margini. Un “impero immobiliare” nato all’inizio del secolo scorso con il nonno, che affittava stanze ai primi immigrati, e cresciuto fino a diventare una macchina di rendita costruita sulla fragilità altrui.

Secondo la Guardia di Finanza, coordinata dalla procura, il sistema Molino poggiava su una rete di “scatole cinesi”: associazioni di promozione sociale e enti no profit usati come schermo per applicare regimi fiscali agevolati mentre gli affitti venivano incassati e, in gran parte, non dichiarati al fisco.

Tra le contestazioni: false comunicazioni sociali, appropriazione indebita, evasione fiscale, autoriciclaggio, impiego di denaro illecito, truffa ai danni dello Stato. Durante le perquisizioni sono spuntati anche 270 mila euro in contanti nascosti in doppi fondi ricavati nei mobili.

“Gabinio.Torino-Panorama Della Citta’ Verso Est Con Un Quartiere Di Case Popolari In Primo Piano 114B34” by Mario Gabinio is licensed under CC BY 3.0.

Nel frattempo l’“impero” è già stato messo al riparo: oggi la gestione del patrimonio immobiliare risulta in mano al figlio e alla moglie, che – dicono gli avvocati – starebbero procedendo alla regolarizzazione delle posizioni fiscali e contrattuali. Buon sangue non mente, verrebbe da dire: la continuità è assicurata, il capitale pure.

La narrazione è quella classica del grande evasore all’italiana: l’anziano immobiliarista che “integra il reddito”, che “si difende dalle troppe tasse”, che semplicemente “non le pagava”.

Ma i numeri raccontano altro: tra il 2019 e il 2022 sarebbero stati incassati canoni per circa 42 milioni di euro, con un’evasione documentata di 7,5 milioni. Non il ritocco di un piccolo proprietario, ma un sistema costruito a tavolino.

E intanto, sotto casa di questo signore, non si sono viste telecamere di programmi che amano puntare il dito contro “i furbetti”: niente assedi mediatici, niente inseguimenti, niente microfoni ficcati in faccia davanti al portone.

Evidentemente il copione funziona solo quando il bersaglio è un inquilino moroso, un occupante, un povero cristo che “non ce l’ha fatta”. Lì la macchina dell’indignazione televisiva si accende volentieri. Qui no.

La vicenda Molino è perfettamente coerente con un modello di città dove la povertà abitativa è trattata come un’occasione di profitto: soffitte e cantine trasformate in alloggi di fortuna, affitti pagati in contanti da chi non ha alternative, intermediari che fanno da filtro tra la disperazione di chi cerca un tetto e la rendita di chi moltiplica metri quadri.

In questo schema, il “ras delle soffitte” non è un’eccezione mostruosa: è la caricatura estrema di un sistema che esiste e prospera da anni.

Tre anni ai domiciliari e un accordo milionario con il fisco chiudono il capitolo giudiziario, almeno per ora. Ma per chi ha abitato quelle soffitte, quelle cantine, quei micro alloggi per cui lo Stato è stato truffato, non c’è patteggiamento che tenga. Le vite che hanno pagato per quell’impero non sono contabilizzate da nessuna parte.

Molino, alla fine, “ha capito tutto” molto prima degli altri: che sulla povertà si può costruire una fortuna. Che gli alloggi peggiori, nelle zone più fragili, saranno sempre pieni. Che il rischio vero lo corrono gli inquilini, non i proprietari. E che in questo Paese, se sei abbastanza grande, il conto con la giustizia puoi sempre permetterti di negoziarlo.

Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini