Per troppo tempo il diabete è stato raccontato come una malattia della ricchezza, dell’eccesso, dell’urbanizzazione sbagliata, delle calorie di troppo. In Africa, invece, sta emergendo con sempre maggiore nitidezza un’altra verità: il diabete può essere anche una malattia della povertà.
Della diagnosi mancata, della cura che non arriva, del farmaco che costa troppo, della malnutrizione che lascia segni per anni e poi si trasforma in fragilità cronica.
I numeri dicono già abbastanza per capire che non siamo davanti a un dettaglio sanitario. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità per la regione africana, nel 2022 il 10,5% degli adulti sopra i 18 anni viveva con il diabete.
Più della metà non sapeva di averlo e oltre 34 milioni di persone risultavano senza trattamento. La prevalenza, ricorda la stessa OMS, è quasi raddoppiata dal 6,4% del 1990 al dato attuale.
Questa è già, da sola, una notizia enorme. Ma non basta ancora a cogliere il punto centrale per una testata come Diogene. Il punto è che una malattia cronica teoricamente gestibile diventa, in contesti di povertà, una macchina di produzione di disuguaglianza.
Se non hai accesso a controlli regolari, se non fai diagnosi precoci, se l’insulina o i farmaci ipoglicemizzanti costano troppo, se il sistema sanitario ti intercetta tardi o non ti intercetta affatto, il diabete smette di essere una condizione da trattare e diventa una condanna che consuma il reddito, il lavoro, il corpo e spesso la vita.
Anche la International Diabetes Federation fotografa una situazione allarmante. Per l’Africa nel 2024 stima 25 milioni di adulti tra 20 e 79 anni con diabete, di cui 18 milioni non diagnosticati. In pratica, circa il 73% dei casi non è identificato.
È una cifra enorme, e dice una cosa semplice: il problema non è soltanto quanti malati ci sono, ma quanti restano invisibili fino a quando compaiono complicanze, ricoveri, disabilità o morte precoce.
La parola giusta, allora, non è solo “emergenza”. È trascuratezza strutturale. Perché quando una persona scopre di essere diabetica troppo tardi, non è sfortuna individuale. È il risultato di un sistema in cui la prevenzione vale poco, la medicina territoriale è debole, i test non arrivano, i follow-up saltano e le patologie croniche restano in coda dietro tutto il resto.
L’Africa, per decenni, è stata raccontata quasi soltanto attraverso le grandi malattie infettive. Ma oggi, accanto a malaria, tubercolosi e Hiv, cresce una crisi silenziosa di malattie non trasmissibili che colpisce popolazioni già povere e sistemi sanitari già sotto pressione.
C’è poi un elemento ancora più importante, e in parte nuovo, che rende questa storia ancora più dirompente. Nel 2025 l’International Diabetes Federation ha riconosciuto ufficialmente il type 5 diabetes, prima noto come malnutrition-related diabetes: una forma di diabete associata alla sottoalimentazione cronica e alle disuguaglianze sanitarie, che colpisce soprattutto persone magre, giovani o adulte, nei Paesi a basso e medio reddito, in particolare nell’Africa subsahariana e in Asia meridionale.

Questa definizione non risolve tutto, e nella comunità scientifica non mancano discussioni su criteri diagnostici e confini clinici. Ma politicamente e socialmente ha un valore enorme. Perché rompe un luogo comune molto radicato: l’idea che il diabete sia soltanto la patologia dell’eccesso. No. Esiste anche un diabete che nasce nel terreno della deprivazione, della crescita compromessa, della denutrizione, del corpo impoverito.
Un recente consensus statement pubblicato su The Lancet Global Health lo descrive proprio come una forma distinta in individui magri con una storia di sottoalimentazione, ricordando che questo quadro clinico era stato riconosciuto dall’OMS già negli anni Ottanta e poi rimosso dalla classificazione nel 1999, prima di tornare oggi al centro del dibattito.
Questa non è soltanto una storia di medicina. È una storia di povertà che cambia forma. La malnutrizione non finisce quando finisce la fame acuta. Può lasciare un’eredità metabolica, immunitaria, endocrina. Può produrre corpi fragili che poi entrano nell’età adulta senza protezioni, senza diagnosi e senza accesso stabile alle cure. E allora la povertà di ieri diventa la malattia cronica di oggi.
In più, il diabete non arriva mai da solo. Arriva con tutto ciò che comporta quando non viene controllato: insufficienza renale, cecità, amputazioni, danni cardiovascolari, perdita di produttività, impoverimento familiare. In contesti in cui il welfare è minimo o inesistente, la malattia cronica diventa rapidamente debito, rinuncia al lavoro, uscita da scuola dei figli, dipendenza dai parenti. Non è solo una questione clinica. È un meccanismo di trasmissione della povertà.
Il rischio, a questo punto, è doppio. Da un lato, continuare a sottovalutare il diabete africano perché meno spettacolare delle epidemie infettive. Dall’altro, leggerlo con le categorie sbagliate, cioè come semplice importazione dei modelli occidentali di obesità e sedentarietà.
Certo, urbanizzazione, alimentazione industriale e cambiamento degli stili di vita contano. Ma non spiegano tutto. In una parte del continente il diabete cresce anche nel segno della scarsità, della fragilità nutrizionale e dell’abbandono sanitario.
Per questo la vera domanda non è soltanto quanti diabetici ci siano oggi in Africa. La domanda è: quanti di loro scopriranno la malattia quando sarà già troppo tardi? E quanti finiranno fuori dal lavoro, fuori dal reddito, fuori da una vita dignitosa per una patologia che, intercettata in tempo, sarebbe gestibile?
Il diabete africano ci racconta una verità scomoda. Le malattie non colpiscono tutte allo stesso modo. Una patologia cronica, in un contesto di protezione sociale forte, è una condizione da seguire. La stessa patologia, in un contesto di povertà, diventa una forma di selezione sociale. Per questo non stiamo guardando solo una crisi sanitaria. Stiamo guardando una nuova frontiera della disuguaglianza.
E forse è proprio qui che bisognerebbe ricominciare a parlare di salute globale con parole meno ipocrite. Non basta contare i malati. Bisogna contare i dimenticati. In Africa il diabete, trascurato e non controllato, sta crescendo esattamente lì dove i sistemi sanitari sono più fragili e le vite valgono meno sul mercato globale. E quando una malattia curabile comincia a seguire la geografia della povertà, allora non è più solo una questione medica. È una questione politica.



