Nelle Marche la fotografia è nitida: Francesco Acquaroli corre sopra il 50% e si tiene la Regione; Matteo Ricci si ferma poco sopra il 44% (forbici che si sono consolidate lungo la serata). L’affluenza chiude al 50,01%, quasi dieci punti sotto la volta scorsa. Il partito della presidente del Consiglio è primo nella regione (circa un quarto dei voti), il Pd resta attorno a un quinto. Il racconto politico è lineare: la continuità governo–Regione ha fatto da messaggio guida e ha pesato più del cartello avversario.
Quanto vale davvero il Movimento 5 Stelle dentro la coalizione di Ricci? Qui il dato è scomodo ma chiaro: nelle proiezioni SWG per La7 il M5S si muove nell’ordine del 5–6% (circa 5,4%), un apporto troppo leggero per ribaltare la partita in una regionale che richiede radicamento, liste forti e riconoscibilità territoriale. Sulla bacheca ufficiale della Regione, intanto, lo spoglio liste scorre – ma anche senza attendere gli ultimi decimali il punto politico non cambia: il M5S non sposta l’asse.
C’è poi il tema Gaza, finito a occupare l’ultima curva della campagna. Ricci ha invitato i sostenitori a salire “con la bandiera palestinese” sul treno-evento e ha chiuso con una piazza dove la bandiera campeggiava sul palco. Non è un’eresia – e non è il merito della posizione a essere sotto processo qui – ma il fuoco dell’agenda: globale nella settimana in cui gli elettori chiedevano risposte locali (sanità, ricostruzione post-sisma, lavoro, strade). Il risultato è che il messaggio si è sdoppiato: generoso nell’intento, sfocato per un’elezione regionale.
In Valle d’Aosta il manuale elettorale è diverso (statuto speciale, primo partito autonomista, governo che nasce in Consiglio), ma la morale resta: vince chi ha identità riconoscibile. L’Union Valdôtaine guida il quadro; il M5S non correva da solo, era inserito nella lista “Valle d’Aosta aperta” e si attesta attorno al 5,6%: anche qui presenza politica, impatto elettorale limitato.
Tirando le somme: il cosiddetto campo largo funziona quando stringe l’inquadratura. Non gli manca la generosità programmatica, gli manca spesso la messa a fuoco: un profilo, un linguaggio, un perimetro. Nelle Marche la promessa di stabilità ha pesato più delle somma dei loghi; in Valle d’Aosta l’identità territoriale batte ogni sudoku di alleanze.
E il M5S? Anche qua c’è, ma porta pochi voti misurabili nelle regionali: per storica fatica a mobilitare sull’amministrativo, per struttura organizzativa meno capillare, per un elettorato più “di opinione” che non sempre scende in campo quando la partita è tutta locale. Finché resta così, la somma dei partiti non fa la somma dei voti: il campo largo si allarga e si disperde.


