Il report sul traffico d’armi reso noto ieri, 9 marzo, da Sipri — lo Stockholm International Peace Research Institute, istituto indipendente fondato nel 1966 che studia conflitti, armamenti, controllo degli armamenti e disarmo sulla base di fonti aperte — ha iniziato a essere redatto prima che la guerra in Iran esplodesse nella sua forma attuale, ma inevitabilmente, e soprattutto per il nostro Paese, assume oggi un significato ancora più tragico.
Perché l’Italia, da tempo stabilmente collocata nel gruppo dei grandi esportatori di armamenti, non compare nel nuovo quadro internazionale come semplice comprimaria del commercio bellico globale. Compare come una delle sue protagoniste più dinamiche.
Secondo il fact sheet “Trends in International Arms Transfers, 2025”, pubblicato da Sipri, il volume dei trasferimenti internazionali di major arms tra Stati è cresciuto del 9,2 per cento tra i periodi 2016–20 e 2021–25, mentre l’istituto definisce se stesso un centro indipendente di ricerca su conflitti e armamenti basato su fonti aperte.
Il dato italiano, dentro questo scenario, è impressionante. Nel quinquennio 2021–2025 l’Italia sale al sesto posto tra gli esportatori mondiali di armamenti maggiori, con una quota del 5,1 per cento del totale globale. Nel quinquennio precedente, 2016–2020, era al decimo posto con una quota del 2,2 per cento. L’aumento registrato da Sipri è del 157 per cento.
Non si tratta, dunque, di una crescita ordinaria dentro un mercato che cresce un po’ per tutti. Si tratta di un salto di scala, di posizione e di funzione. Il mondo si riarma, certamente, ma l’Italia lo fa fruttare più di molti altri paesi.
Ed è qui che conviene fermarsi un momento, per non lasciarsi ingannare dalla superficie dei numeri. Quando si parla di commercio globale di armi, la tentazione è quasi sempre quella di scivolare verso l’ovvio: il mondo è più instabile, le guerre aumentano, i paesi si armano, le industrie vendono. Tutto vero. Ma il report Sipri consente di vedere qualcosa di più preciso: l’Italia non sta semplicemente seguendo il trend. Lo sta cavalcando con particolare efficacia.
Mentre il volume complessivo dei trasferimenti internazionali aumenta del 9,2 per cento, l’export italiano cresce del 157 per cento. La distanza tra queste due cifre dice già quasi tutto. Il nostro Paese non è uno spettatore del riarmo globale. È uno dei soggetti che ne stanno ricavando il maggiore vantaggio relativo.
C’è poi un secondo elemento che dovrebbe interessare molto di più del puro balzo statistico, ed è la geografia di questa crescita. Se ci si fermasse al clima generale del momento, si potrebbe pensare che l’impennata italiana dipenda soprattutto dall’Europa, dalla guerra in Ucraina, dal riarmo NATO, dalla corsa agli acquisti militari nei paesi dell’Unione e dell’Alleanza atlantica.
Il quadro generale, del resto, va proprio in quella direzione: Sipri segnala che l’Europa è diventata la principale regione importatrice di armamenti, che i paesi europei hanno più che triplicato le proprie importazioni e che gli Stati europei membri della NATO hanno aumentato gli acquisti del 143 per cento, continuando peraltro a dipendere in larga parte dalle forniture statunitensi.
Ma il caso italiano racconta altro, o almeno racconta qualcosa di più specifico. Il 59 per cento delle esportazioni italiane di armamenti nel quinquennio 2021–25 è diretto verso il Medio Oriente. Un ulteriore 16 per cento va in Asia e Oceania. Solo il 13 per cento raggiunge l’Europa. Questo significa che il boom italiano non può essere letto soltanto come un riflesso del riarmo europeo. Il suo baricentro è altrove. È nel Golfo, soprattutto. Ed è qui che il dato economico diventa immediatamente un dato politico.
I principali destinatari confermano questa lettura. Il Qatar assorbe da solo il 26 per cento dell’export italiano di armamenti maggiori; il Kuwait un altro 17 per cento; l’Indonesia il 12 per cento. Già questa triade basta a dare la misura della concentrazione del fenomeno.
L’Italia non cresce grazie a una distribuzione equilibrata e generalizzata delle proprie forniture. Cresce appoggiandosi in modo molto forte a pochi rapporti decisivi, due dei quali collocati nel cuore del Golfo. È una crescita tanto robusta quanto geopoliticamente connotata.
Sipri, del resto, mostra anche perché questo asse sia tanto redditizio. Nel quinquennio 2021–25 il Qatar diventa il quarto importatore mondiale di armamenti, con un aumento del 106 per cento rispetto al periodo precedente. Il Kuwait compie un salto ancora più spettacolare, passando dal 47° al 9° posto mondiale, con un incremento dell’805 per cento.
Tra le piattaforme ricevute dal Qatar figurano aerei da combattimento e cinque grandi navi da guerra provenienti dall’Italia; nel caso del Kuwait, Sipri registra anche ventitré aerei da combattimento italiani. Dietro il dato aggregato dell’export nazionale, dunque, non c’è una nebulosa indistinta di commesse. C’è un rapporto stretto con la militarizzazione accelerata di monarchie del Golfo che continuano ad accumulare capacità bellica in una delle regioni più instabili del pianeta.

Questo aspetto pesa ancora di più proprio nel momento in cui l’area mediorientale torna a incendiarsi. Il report Sipri fotografa un periodo che precede l’ultima esplosione del conflitto con l’Iran, ma il suo valore interpretativo cresce, non diminuisce, alla luce di ciò che sta accadendo oggi.
Perché ci dice che l’Italia era già fortemente esposta, come esportatrice, in una regione in cui la guerra, la deterrenza, la rivalità strategica e l’acquisto di armamenti non rappresentano una parentesi, ma una condizione quasi strutturale. In altre parole, il dato pubblicato ieri non viene smentito dalla guerra in Iran: viene reso più cupo. E più rivelatore.
C’è una grossa contraddizione o ipocrisia tutta italiana. Da anni l’Italia ama rappresentarsi come media potenza diplomatica, come ponte nel Mediterraneo, come paese portato alla mediazione, alla stabilizzazione, alla tessitura prudente dei rapporti internazionali. È una parte reale della sua auto-narrazione. Ma i dati Sipri ne mettono in luce un’altra, molto più materiale: quella di un paese che, nella stagione del riarmo globale, ha saputo scalare la classifica mondiale soprattutto grazie alla propria capacità di inserirsi nei mercati armati del Golfo.
Non è solo una questione morale, benché anche quella conti. È una questione di ruolo. L’Italia che si presenta come attore di equilibrio nella regione è anche l’Italia che cresce come fornitore di sistemi d’arma per una delle aree dove la sicurezza è ormai da tempo sinonimo di accumulazione militare permanente.
Sipri non misura le esportazioni italiane nello stesso modo in cui lo fanno i rapporti amministrativi nazionali o le relazioni al Parlamento previste dalla legge 185/90. Il suo indicatore, il Trend-Indicator Value, non coincide con il valore monetario complessivo delle autorizzazioni e non comprende ogni categoria possibile di materiale militare.
Sipri misura i trasferimenti effettivi di major arms, cioè di grandi sistemi d’arma, secondo una metodologia propria e consolidata. Il che significa che il +157 per cento non è una cifra propagandistica né un titolo costruito sulle autorizzazioni concesse: è la fotografia di un aumento nelle consegne effettive di armamenti maggiori.
E proprio per questo il dato è ancora più significativo. Perché non ci parla di annunci, memorandum o prospettive industriali. Ci parla di sistemi che arrivano davvero. Di mezzi consegnati. Di piattaforme trasferite. L’exploit italiano, insomma, non è un progetto. È un fatto compiuto. Se poi i principali destinatari sono Qatar e Kuwait, il passaggio dal dato economico al significato politico è inevitabile.
Nel lessico pubblico italiano si tende spesso a trattare l’industria della difesa come una normale filiera produttiva, una questione di tecnologia, lavoro, occupazione e competitività internazionale. Ma quando i numeri mostrano che il nostro Paese scala la classifica mondiale soprattutto nelle relazioni con il Golfo, la neutralità del discorso economico si incrina. Resta l’industria, certo. Ma appare con più nitidezza anche la sua collocazione geopolitica.
Sul piano mondiale, il rapporto Sipri conferma un quadro già in formazione. Gli Stati Uniti consolidano il loro primato, arrivando al 42 per cento delle esportazioni globali di major arms. La Francia resta seconda. La Russia continua a perdere terreno, con un calo del 64 per cento. L’Europa si riarma massicciamente, in larga parte acquistando da Washington.
Il Medio Oriente, pur registrando una flessione del 13 per cento nelle importazioni rispetto al quinquennio precedente, resta comunque destinatario del 26 per cento delle importazioni mondiali, e dentro quella regione l’Italia fornisce il 12 per cento del totale, dietro gli Stati Uniti ma in posizione di assoluto rilievo. L’Italia è uno dei paesi che meglio di altri hanno saputo convertire il nuovo ciclo del riarmo in avanzamento di posizione e di quota.
Un tale salto racconta una specializzazione, una rete di rapporti consolidati, un’industria capace di trasformare in vantaggio economico e strategico la domanda militare proveniente da aree altamente sensibili. E racconta, insieme, un mutamento nel modo in cui l’Italia sta al mondo. Non solo come alleato, non solo come membro della NATO, non solo come attore diplomatico mediterraneo, ma come uno degli esportatori di armamenti che hanno più rapidamente migliorato la propria posizione nel sistema globale.
La guerra in Iran, in questo senso, rende più difficile raccontare il boom italiano come semplice performance industriale. Lo inserisce, con una crudezza nuova, in una congiuntura in cui la vendita di armi non può più essere separata dal suo teatro. Il Golfo non è soltanto un mercato. È una delle aree in cui l’ordine internazionale si sfalda e si ricompone a colpi di deterrenza, escalation e riallineamenti strategici.
Sapere che quasi il 60 per cento dell’export italiano di major arms ha preso quella direzione dovrebbe bastare, da solo, a cambiare il tono della discussione pubblica.
Il punto, allora, non è indulgere in una morale facile. Il punto è riconoscere una realtà che i numeri di Sipri mettono ormai nero su bianco: nel tempo del riarmo globale, l’Italia non è un attore periferico né un beneficiario marginale. È un paese che sale, guadagna, consegna, consolida. E lo fa soprattutto laddove la guerra non è un rischio remoto, ma una struttura permanente del presente.
In questo sta il significato più duro del report Sipri. Non ci dice soltanto che il traffico mondiale di armi cresce. Ci dice che l’Italia, dentro quel traffico, ha trovato un posto più alto. E che quel posto passa in larga misura per una delle regioni in cui la pace è da anni la parola più evocata e meno praticata.



