In Italia la povertà non è più una linea netta che separa “dentro” e “fuori”. Il dossier presentato da Alleanza contro la povertà lo dimostra senza possibilità di equivoco. È una fascia larga, porosa, fatta di scivolamenti e ritorni. Famiglie che sembrano reggere, ma in realtà vivono in equilibrio precario: basta una scossa minima per farle precipitare. È questo il dato politico centrale che emerge dal report: accanto alla povertà “acclarata”, ormai strutturale, cresce una zona grigia più ampia e meno visibile, composta da persone formalmente integrate ma materialmente fragili.
Nella discussione pubblica la povertà viene spesso trattata come un recinto: ci sono i poveri “dentro” e i non poveri “fuori”. Il report “L’Italia delle povertà” prima citato smonta questa rappresentazione. La fotografia che restituisce è più scomoda e più vera: oggi la povertà è un gradiente, una scivolata progressiva, e il baricentro dell’emergenza si sta spostando appena sopra la soglia.
La povertà “acclarata” resta grave e strutturale. Ma se ci fermiamo a quel perimetro rischiamo di perdere il cuore del problema: la zona grigia di chi non è formalmente povero secondo le statistiche standard e tuttavia vive già in condizioni di rinuncia, deprivazione e precarietà materiale. È qui che si produce la prossima ondata di povertà consolidata, quella più difficile da recuperare.
Chi sono i “quasi poveri”: non poveri per definizione, fragili per realtà
Il report introduce una distinzione cruciale: i “quasi poveri” sono famiglie con una spesa mensile per consumi appena superiore alla linea standard di povertà relativa (per una famiglia di due componenti: 1.218,07 euro al mese). Non sono classe media, ma non rientrano neppure tra i poveri “ufficiali”. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa, spesso reggono grazie a reti parentali e amicali che tamponano l’emergenza. Ma questa tenuta è instabile: basta poco per far saltare l’equilibrio.
Qui il report è netto: nel 2024 i quasi poveri sono l’8,2% delle famiglie. E non si tratta di un’area indistinta: parliamo di nuclei che stanno dal 10% al 20% sopra la soglia. Accanto a loro c’è un’altra fascia, i “appena poveri”: il 6% delle famiglie, quelle che stanno poco sotto la stessa linea. Sommate, queste due categorie fanno 14,2% delle famiglie italiane: una quota enorme di persone che vive attorno al confine, in bilico tra tenuta e caduta.
Il report aggiunge un punto che dovrebbe riorientare qualunque agenda politica: usando soglie aggiuntive intorno alla linea standard, emerge che quasi il 20% delle famiglie “gravita” attorno alla povertà, tra condizioni sfumate e severe. In altre parole: non stiamo parlando di una minoranza residuale, ma di un pezzo strutturale di Paese.
Il collo di bottiglia: quando basta un evento “normale” per precipitare
Nella zona della quasi povertà non servono “tragedie” per cadere. Il report descrive un meccanismo semplice e feroce: un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), ma anche eventi positivi e ordinari (la nascita di un figlio) può rendere la vita economicamente non sostenibile. Questo è il punto politico: la fragilità non è un incidente, è una condizione permanente di esposizione.
È qui che nasce il “collo di bottiglia”: quando la famiglia, per restare a galla, comincia a fare scelte obbligate che erodono le basi della vita dignitosa. Prima si comprimono i consumi “flessibili”, poi si toccano quelli essenziali. E a quel punto il ritorno indietro diventa difficile, perché la povertà non è soltanto mancanza di soldi: è perdita di capacità (di curarsi, di muoversi, di educare, di mantenere relazioni sociali non umilianti, di progettare).
La “normalizzazione” della povertà: l’invisibile che cresce
Uno dei concetti più utili del report è la normalizzazione della povertà. La povertà non appare più (solo) come marginalità estrema. Entra nella quotidianità, si stabilizza, diventa “ordinaria” e perde riconoscibilità pubblica. Questo ha un effetto devastante: ciò che non è riconosciuto difficilmente diventa priorità politica.
Il report descrive un mondo di famiglie che frequentiamo ogni giorno — anziani, giovani coppie, lavoratori sottopagati, precari, persone con poche ore settimanali, famiglie con figli o con giovani adulti senza reddito — con “instabili posizioni sociali” spesso dentro gli stessi luoghi della nostra normalità. È la povertà “della porta accanto”: non fa rumore, non genera scandalo, ma si allarga.

Il lavoro non protegge più: la povertà lavorativa alimenta l’area grigia
La quasi povertà non coincide con l’inattività. Una parte crescente di questa fascia è dentro il mercato del lavoro, ma con redditi insufficienti e instabili. Il report insiste sul fatto che la povertà oggi si intreccia con bassi salari, precarietà, intermittenti, e con una vita che resta economicamente fragile anche quando c’è occupazione.
Questo è politicamente decisivo perché sposta la questione dal “bisogno” all’assetto economico e lavorativo: se la fascia in bilico è grande, non è perché le persone non “si impegnano”, ma perché il sistema produce vulnerabilità anche quando si lavora.
La casa come trappola: quando l’abitare divora il reddito
Se c’è un acceleratore di caduta nella povertà, è l’abitare. Il report mostra quanto conti il titolo di godimento: per chi è in affitto, la spesa per la casa pesa mediamente molto di più sul reddito rispetto a chi ha un mutuo o una casa di proprietà. La quota media di spese sul reddito per chi paga un affitto arriva al 27,9%, con una platea ampia di famiglie in sovraccarico e una quota significativa in arretrato con utenze e canoni.
Questa dinamica spiega perché la “massa liquida” sia così esposta: quando i costi fissi aumentano (affitti, bollette, condominio), la famiglia non ha margini. Il primo taglio avviene su riscaldamento, alimentazione, trasporti e — soprattutto — salute.
Il punto cieco del welfare: intervenire dopo è tardi
Il report sostiene una tesi che Diogene Notizie conosce bene sul campo: la povertà è un processo e non uno stato. Se si interviene solo quando la povertà è già conclamata, spesso si arriva quando le fratture sono profonde: arretrati, debiti, salute compromessa, percorsi educativi dei minori danneggiati, isolamento sociale. A quel punto il costo umano ed economico è molto più alto, e la probabilità di uscita più bassa.
Per questo la zona grigia dovrebbe diventare priorità assoluta. Non perché i poveri “certificati” non meritino attenzione — anzi — ma perché la politica, se vuole essere efficace, deve impedire che l’area della quasi povertà si trasformi in povertà cronica e severa.
Che cosa significa “priorità” in concreto: una politica di prevenzione
Il report non si limita alla diagnosi: indica la direzione. Se la povertà tende a riprodursi quando mancano diritti esigibili, quando il lavoro produce precarietà, quando l’abitare diventa un privilegio e i servizi territoriali non intercettano chi è in difficoltà, allora la risposta non può essere episodica o emergenziale.
Tradotto in politica pubblica, “prevenire la caduta” significa almeno quattro cose. Innanzitutto spostare il baricentro su chi è in bilico, costruendo strumenti che riconoscano la fragilità prima che diventi esclusione. Poi rafforzare servizi e prossimità, perché la povertà multidimensionale non si risolve con un solo trasferimento monetario. Vanno ridotti gli ostacoli di accesso, inclusi quelli prodotti dalla digitalizzazione quando non è accompagnata da assistenza reale: il report segnala il rischio di ampliare disuguaglianze proprio attraverso procedure e passaggi amministrativi. Infine va superata la logica categoriale delle misure: l’analisi su ADI e SFL del report evidenzia limiti di durata, importi, e soprattutto l’esclusione di quote di popolazione povera perché “non rientrano” nelle categorie previste. Da qui il nodo politico: un impianto selettivo può lasciare scoperte proprio le famiglie sull’orlo.
La domanda che decide il futuro sociale del Paese
La povertà consolidata è un macigno. Ma la quasi povertà è una frana lenta: cresce senza clamore e prepara la prossima emergenza. O la politica mette al centro questa fascia — quella che ha già rinunciato a riscaldamento, cure, qualità del cibo, mobilità, e vive un’esistenza “ridotta” — oppure tra pochi anni discuteremo di un ulteriore allargamento della povertà “ufficiale” come se fosse arrivata dal nulla.
La priorità non è soltanto “aiutare i poveri”, ma impedire che milioni di persone varchino definitivamente la soglia e finiscano nel girone della povertà cronica, quello da cui si esce raramente e a caro prezzo. È qui che una politica seria si misura: non nel raccontare l’emergenza, ma nel fermare la caduta quando è ancora reversibile.
Ci farebbe piacere, come osservatori della povertà in Italia e come cittadini insoddisfatti dalle politiche economiche del governo Meloni, conoscere dall’attuale opposizione a quali proposte economiche alternative ha pensato. Perchè per essere credibili occorre un cambio di rotta: un’agenda che metta al centro la prevenzione dell’impoverimento, intervenendo su salari, costo dell’abitare e accesso alle cure, prima che la “quasi povertà” si trasformi in povertà conclamata e irreversibile.


