Ci piacerebbe poter dire che questa giornata dovrebbe essere 365 giorni l’anno. Ma nemmeno questa ipocrisia “alternativa” ci soddisfa: perché se la fame continua a crescere, non è per mancanza di giornate, ma di verità.
Le immagini dell’orrore di Gaza ce lo ricordano ogni giorno: i camion degli aiuti alimentari bloccati, ritardati, usati come leva politica, trasformati in arma di ricatto. È il terrorismo dell’ostruzione, l’idea che il cibo possa essere concesso o negato come punizione collettiva. Non è “emergenza”, è metodo: decidere chi può mangiare e quando, in base alla convenienza del momento.
Oggi l’umanità si guarda allo specchio e si applaude. Si organizzano convegni, si srotolano striscioni, si scattano foto di bambini che ricevono un pacco di farina. Intanto, i governi che finanziano quelle stesse campagne firmano nuovi contratti per i missili e chiudono le frontiere ai profughi della fame che essi stessi hanno contribuito a generare.
La fame come core business
E non parliamo ‘degli altri’: consumi, voti, abitudini—noi compresi—alimentano questa filiera. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, mentre i fondi per l’aiuto alimentare sono stati tagliati del 40%. Eppure oggi, nei palazzi di vetro dell’Onu, si parlerà di “sostenibilità”, di “filiera verde”, di “innovazione alimentare”. Parole pulite per coprire mani sporche.
Le organizzazioni nate per combattere la fame – FAO, WFP, le mille agenzie del sistema Onu – si sono trasformate in ministeri dell’autocompiacimento. Hanno budget miliardari, stipendi d’élite, un’iconografia impeccabile. Producono conferenze e infografiche, ma il cibo spesso non arriva, o arriva quando è troppo tardi.
In Yemen, in Sudan, in Somalia, i convogli umanitari vengono saccheggiati o dirottati, e la burocrazia internazionale si limita a sospendere le operazioni “per ragioni di sicurezza”. È il trionfo dell’assurdo: la fame messa in pausa per motivi amministrativi.
I donatori che creano i loro affamati
L’Occidente esporta guerre, destabilizza economie, impone sanzioni, specula sulle materie prime, e poi manda i biscotti “umanitari”. È la carità come atto di riparazione estetica. Le stesse potenze che devastano le filiere agricole con dumping e accordi ineguali si vantano di “aiutare” le vittime delle loro politiche. I sussidi europei e americani gonfiano i magazzini del Nord e rovinano i contadini del Sud: è il pane del ricco venduto come elemosina.
Da decenni, gran parte degli aiuti alimentari è vincolata – devono essere acquistati nei paesi donatori e trasportati sulle loro navi. Si spende di più per il viaggio del grano che per il grano stesso. E quando quel cibo arriva, distrugge i mercati locali, spegne l’agricoltura di sussistenza, crea dipendenza. È un meccanismo perfettamente progettato per non risolvere nulla.
Biofuel, sanzioni, profitti
Intanto i governi del Nord trasformano il mais in carburante, il grano in biocombustibile, e si stupiscono se i prezzi del pane esplodono. Quando le guerre o le crisi fanno tremare le filiere, ciascun Paese “protegge i propri scaffali”: vieta le esportazioni, fa salire i prezzi globali, e condanna milioni di persone a saltare i pasti.
E in cima a questa piramide dell’ipocrisia ci sono i grandi trader del cibo – Cargill, ADM, Bunge, Dreyfus – che hanno registrato profitti record negli anni della carestia. La fame è il loro algoritmo. Ogni shock è una bolla di guadagni. Ogni guerra è un bonus trimestrale.

Quest’anno la Giornata Mondiale dell’Alimentazione mette nel mirino gli “sprechi alimentari”. Giusto. Ma parliamo degli sprechi di chi può permettersi di sprecare: l’immagine cardine dell’ipocrisia occidentale è pensare che, con gli avanzi del nostro Nord opulento, si possa sfamare il resto del mondo.
La solita carità pelosa: ripulire la coscienza con il bidoncino dell’umido, invece di rimettere mano all’intera filiera — dalla speculazione sulle commodity ai sussidi distorsivi — e al cosiddetto “libero” (per gli imprenditori) mercato. Gli scarti non correggono le disuguaglianze strutturali: le alimentano, rendendo la povertà un sottoprodotto tollerabile del benessere altrui.
L’umanitario come industria
Anche l’industria umanitaria ha imparato a nutrirsi di sé stessa.
Nei quartieri benestanti di Roma o Ginevra, si celebrano conferenze sulla fame mentre migliaia di tonnellate di cibo marciscono nei porti o si perdono nei bilanci.
I soldi dei contribuenti finiscono in progetti gestiti da consulenti, in stipendi da diplomatici, in report patinati. Si parla di “aiuto sostenibile”, ma sostenibile è solo il sistema che mantiene in vita la fame come problema, per giustificare la sua stessa esistenza.
Perfino quando i modelli più semplici – denaro diretto, voucher locali – funzionano meglio del cibo importato, la macchina continua a preferire il sacco di riso con il logo del donatore. Perché quel sacco è visibile. È propaganda. È geopolitica in confezione da 20 chili.
Colpe condivise
Sarebbe troppo comodo dire che la colpa è solo del Nord. Molti governi del Sud rubano, manipolano, bloccano gli aiuti. Milizie e clan si appropriano del cibo destinato ai civili. La fame è anche corruzione locale, potere feudale, mancanza di libertà. Ma le potenze che finanziano quei regimi e chiudono un occhio quando conviene non possono poi fingersi sorprese.
Il divario morale
Nel 2025, quasi 300 milioni di persone vivono in condizioni di fame acuta.
Mai così tante, mai così sole. Eppure i leader parleranno oggi di “progressi” e “strategie per il 2030”. Sarà l’ennesima liturgia: una giornata mondiale per lavare la coscienza, un applauso per dimenticare.
La fame non è un mistero, né un destino. È una decisione politica.
È il risultato di scelte economiche, di guerre, di speculazioni, di governi che spendono per distruggere e tagliano per nutrire.
E ogni volta che un ministro posa con una pagnotta simbolica, un’altra bugia si aggiunge al conto.
La fame degli altri
Non abbiamo bisogno di un’altra “giornata”. Abbiamo bisogno di onestà.
Di chiamare la fame con il suo vero nome: ingiustizia organizzata. Di smettere di misurarla in hashtag e bilanci. E di ricordare che ogni pezzo di pane regalato da chi bombarda è un atto di superbia, non di solidarietà.



