Donne afghane deportate dall’Iran: “tornare in gabbia”

A Islam Qala, sotto il sole cocente del confine tra Iran e Afghanistan, ogni giorno migliaia di volti attraversano la polvere. Sono volti stanchi, smarriti, molti giovani. Donne e ragazze, spesso sole, si ritrovano spinte fuori da un Paese che per anni aveva offerto loro un frammento di libertà. Ora, con un sacco di vestiti, un figlio in braccio o una sorella per mano, tornano in una terra che le costringe a scomparire.

L’Iran ha espulso quest’anno un numero enorme di afghani. Tra loro, in aumento costante, donne e minori, alcuni senza accompagnamento, altri con famiglie ridotte all’osso. Per molte di loro, il ritorno in Afghanistan non è solo un rientro forzato, ma una caduta libera nella repressione.

Alcune sono cresciute in Iran, parlano poco dari o pashtu, hanno frequentato scuole iraniane, lavorato in mercati o frutteti, vestito jeans e ascoltato musica sui social. Ora si trovano in una terra dove non possono più lavorare, studiare, uscire da sole, nemmeno sedersi su una panchina. I sogni di istruzione, libertà e indipendenza evaporano al primo check-point talebano.

Al confine, le operatrici umanitarie tentano di prepararli al cambiamento. Dicono loro di vestirsi diversamente, di rimanere in silenzio, di aspettarsi il peggio. Alcune ragazze si ribellano, portano i capelli scoperti, indossano abiti occidentali, ma sanno che sarà l’ultima volta. Dopo pochi giorni, dovranno piegarsi: per non essere punite, per proteggere una sorella minore, per non esporre la famiglia alla vendetta.

“Empowering Afghan Women [Image 1 of 3]” by DVIDSHUB is licensed under CC BY 2.0.

In Iran subivano discriminazioni, venivano respinte dagli ospedali, aggredite per strada, ignorate nei centri di distribuzione alimentare. Ma lì almeno c’erano scuole, un lavoro, qualche diritto, anche se precario. Qui, in Afghanistan, non c’è nulla. La violenza non è più un’eccezione: è istituzionalizzata.

Le strutture di accoglienza, quando esistono, sono sopraffatte. I centri di transito funzionano come valvole di sfogo momentanee: consegnano razioni di riso e qualche lenzuolo, ma nessuno può davvero garantire un domani. Le donne sole vengono talvolta affidate a parenti lontani o accorpate a famiglie che non le conoscono. Chi non ha una rete rischia la strada, la violenza, l’invisibilità.

Eppure c’è chi, nonostante tutto, dice di sentirsi sollevato. In Iran, la pressione dell’odio etnico diventava insopportabile. C’è chi ha visto il figlio negato a quattro ospedali, chi non ha più potuto acquistare latte per il neonato, chi è stata costretta a fuggire da una fattoria dopo settimane di abusi. Rientrare significa sopravvivere, anche se in un Paese che cancella la loro voce.

Nessuna di queste donne sa cosa le aspetta davvero. Alcune avevano lasciato l’Afghanistan con la speranza che le figlie potessero diventare dottoresse, insegnanti, libere. Oggi, le stesse figlie camminano in silenzio tra le tende dei campi di rientro, guardando il futuro come una parete chiusa. E chiedono: a cosa sono serviti tutti questi anni?

La risposta, forse, non la conosce nessuno. Ma chi torna oggi in Afghanistan lo fa con la consapevolezza che la libertà, per le donne, non è scontata. È fragile, effimera, e quando si perde, il rumore che fa è il silenzio.

“Afghan women register to vote before the October 2004 election.” by The Advocacy Project is licensed under CC BY-ND 2.0.