A ventotto anni dall’approvazione della Legge 109/96, che ha reso possibile il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata, Libera presenta il report “Raccontiamo il bene“. L’analisi aggiorna sullo stato di questa rivoluzione silenziosa che ha trasformato centinaia di immobili e aziende un tempo simboli del potere mafioso in strumenti di sviluppo territoriale, welfare e cultura.
Secondo i dati raccolti, oggi in Italia sono attive 1132 realtà sociali che gestiscono beni confiscati, generando lavoro, inclusione e nuove opportunità per le comunità locali. Si tratta di un modello che, oltre a restituire alla collettività quanto sottratto illegalmente dalle mafie, si configura come un esempio concreto di economia sociale e partecipata.
La gestione di questi beni si traduce in attività produttive e sociali, creando valore sul territorio: dall’agricoltura biologica alle cooperative di inclusione lavorativa, dalle case rifugio per donne vittime di violenza a centri culturali e sportivi aperti alla cittadinanza.
In Puglia, la rete di riutilizzo dei beni confiscati è in continua espansione. Ad oggi, sono 129 le realtà che gestiscono questi beni in 45 comuni della regione, un numero in crescita rispetto agli anni precedenti. Di queste, 63 sono associazioni e 38 cooperative sociali, mentre il resto è affidato a enti religiosi, fondazioni e istituti scolastici.
Il loro operato si suddivide in diversi ambiti: 75 si occupano di servizi sociali, 31 promuovono la cultura e il turismo sostenibile, 23 sono attive nell’agricoltura e nell’ambiente e 6 lavorano per la creazione di nuovi posti di lavoro.
Nonostante questi risultati positivi, il report evidenzia anche alcune criticità. Solo in Puglia, infatti, su 1532 beni confiscati, 1015 restano ancora in gestione, in attesa di essere destinati a nuovi progetti. Le aziende confiscate sono 234, ma 135 sono ancora in cerca di una funzione economica e produttiva.

Un dato che segnala quanto sia ancora necessario un intervento più efficace per accelerare i processi di assegnazione e garantire che questi beni diventino realmente strumenti di riscatto sociale e crescita collettiva.
Libera lancia un appello affinché la gestione dei beni confiscati non sia lasciata al caso o alla buona volontà di singoli enti locali. La proposta è quella di creare una cabina di regia nazionale, capace di mettere a sistema le risorse pubbliche e private per garantire la sostenibilità economica dei progetti.
Oggi, molte realtà che gestiscono questi beni faticano a trovare fondi per ristrutturare gli spazi o avviare attività produttive, e in alcuni casi il rischio è che beni assegnati rimangano inutilizzati a causa della mancanza di supporto finanziario.
Un altro problema evidenziato è la necessità di maggiore trasparenza nella gestione dei beni confiscati e il pericolo che questi vengano privatizzati tramite affitti o vendite, tornando indirettamente in mano a soggetti legati alla criminalità organizzata.
Per questo, il report sottolinea l’importanza di una vigilanza costante da parte dello Stato e della società civile, affinché nessun passo indietro venga fatto rispetto a questa importante conquista di giustizia sociale.
Il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie rappresenta una delle più grandi vittorie della società civile italiana. È il frutto di una battaglia lunga e faticosa, che ha visto cittadini, associazioni, cooperative e istituzioni impegnarsi per trasformare simboli di oppressione in strumenti di riscatto.
Dietro ogni numero ci sono storie di persone che con coraggio e dedizione hanno dato nuova vita a spazi che un tempo rappresentavano il dominio della criminalità.
Oggi, quei luoghi raccontano una storia diversa: quella di comunità che si riappropriano del proprio futuro, costruendo alternative concrete alla cultura mafiosa.
Per questo, è fondamentale che le istituzioni non solo sostengano queste realtà, ma ne garantiscano la crescita, affinché il bene comune non resti solo un principio astratto, ma una realtà tangibile per tutti.



