Cicloni, inondazioni, incendi, guerre. I numeri parlano chiaro: nel 2024 oltre 83 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case senza mai varcare un confine nazionale. È un record storico, e racconta un mondo in cui il cambiamento climatico non è più un rischio futuro, ma una realtà che colpisce oggi. E dove guerre vecchie e nuove continuano a sradicare vite e comunità.
Lo dice l’ultimo rapporto del Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), che monitora ogni anno gli sfollamenti interni su scala globale. Il 2024 è stato l’anno peggiore mai registrato.
45 milioni di fughe causate dal clima
Di questi 83,4 milioni di sfollati interni, quasi 46 milioni sono scappati a causa di disastri ambientali. Non si tratta solo di tragedie imprevedibili: nella stragrande maggioranza dei casi – il 99,5% – i disastri sono legati a eventi meteorologici estremi. E questi, a loro volta, sono amplificati dalla crisi climatica.
Uragani, tifoni, alluvioni e ondate di calore hanno costretto milioni di persone a evacuare, spesso in modo preventivo. Solo negli Stati Uniti si sono registrati 11 milioni di spostamenti legati a calamità naturali, il numero più alto per un singolo Paese. Ma eventi simili hanno colpito con forza anche l’Asia meridionale, l’Africa centrale, il Sud America e l’Europa orientale.
Guerre e violenze restano il motore principale
Ma il cambiamento climatico non è l’unico responsabile. Il 90% delle persone ancora sfollate alla fine del 2024 lo erano a causa di conflitti armati. La guerra civile in Sudan da sola ha prodotto 11,6 milioni di sfollati, seguita dalla crisi permanente nella Repubblica Democratica del Congo e dalla devastazione a Gaza, dove quasi l’intera popolazione è stata costretta a spostarsi anche più volte.

Sempre più spesso, conflitti e crisi ambientali si sommano, si sovrappongono, si alimentano a vicenda. Dal 2009, il numero di Paesi che segnalano sfollamenti sia per cause climatiche che per violenza è triplicato. Un dato che fotografa un mondo dove la vulnerabilità si moltiplica e la resilienza è sempre più fragile.
Una risposta frammentata, risorse insufficienti
Il rapporto dell’IDMC sottolinea anche un paradosso doloroso: mentre gli sfollamenti aumentano, i fondi per affrontarli diminuiscono. I tagli ai bilanci per l’aiuto umanitario e lo sviluppo stanno lasciando milioni di persone senza accesso ai servizi essenziali e senza un futuro stabile.
Gli esperti parlano di “perdita e danno” – una categoria riconosciuta nei negoziati internazionali sul clima, ma ancora lontana da una concreta redistribuzione di risorse. Anche gli strumenti per il monitoraggio e la raccolta dei dati rischiano di indebolirsi, proprio mentre sarebbero più necessari che mai.
Cosa serve davvero
Secondo l’IDMC e il Global Centre for Climate Mobility, le risposte devono essere multilivello. Servono aiuti immediati, ma anche investimenti strutturali:
adattamento climatico e infrastrutture resilienti;
codici edilizi e piani urbanistici aggiornati;
protezione sociale e assicurazioni contro i rischi;
percorsi dignitosi per chi deve migrare o ricostruire la propria vita altrove.
E soprattutto, serve una volontà politica chiara: riconoscere che lo sfollamento climatico non è una deviazione temporanea, ma la nuova frontiera della vulnerabilità globale.
Nel mondo di oggi, spostarsi non è una scelta. È sopravvivenza. E se non cambiamo rotta, chi fugge oggi potrebbe essere solo il primo di molti.
Come dice l’IDMC, gli sfollamenti sono il punto di incrocio tra crisi ambientale, ingiustizia sociale e instabilità politica. Ignorarli oggi significa ritrovarsi domani in un mondo ancora più instabile.



