Con l’approvazione definitiva del decreto sulla cittadinanza, la maggioranza parlamentare ha compiuto un’operazione tanto ideologica quanto pericolosa: restringere il diritto alla cittadinanza per milioni di discendenti di italiani all’estero, colpendo in particolare chi proviene da comunità storicamente legate all’emigrazione italiana.
Il nuovo testo limita l’accesso alla cittadinanza per iure sanguinis alla seconda generazione: nonni o genitori nati in Italia. Nessuna trasmissione oltre. Inoltre, introduce il principio del “vincolo effettivo” con l’Italia, trasformando un diritto riconosciuto per decenni in una concessione discrezionale, subordinata a requisiti documentali e temporali complessi. Una norma retroattiva e confusa che rischia di tagliare fuori milioni di oriundi, in particolare da America Latina e Stati Uniti, proprio mentre si moltiplicano gli annunci propagandistici sul “valore della nostra italianità nel mondo”.
Due pesi, due misure
A denunciare con lucidità l’ipocrisia del provvedimento è stato il parlamentare AVS Angelo Bonelli, che ha parlato di “atteggiamento ideologico e punitivo” verso chi è già integrato nel nostro Paese. Mentre si alzano barriere burocratiche e giuridiche contro cittadini di fatto, lo stesso governo ha concesso in tempi record la cittadinanza italiana al presidente argentino Javier Milei, per mere affinità politiche. E poco prima lo aveva fatto con i figli dell’ex presidente brasiliano Bolsonaro. Questo è il vero “vincolo effettivo” che conta oggi: l’appartenenza ideologica.
Il risultato è un quadro dove i potenti e i vicini alla destra ottengono tutto e subito, mentre milioni di discendenti italiani onesti, spesso emigrati per necessità, aspettano da decenni di essere riconosciuti. Un doppio standard inaccettabile per un Paese che si definisce democratico e fondato sul principio di uguaglianza.

Dentro i confini, l’ingiustizia continua
Ma l’attacco non si ferma agli oriundi. In Italia vivono oggi oltre 5 milioni di cittadini stranieri, e solo il 35% ha ottenuto la cittadinanza. I requisiti restano tra i più severi d’Europa: 10 anni di residenza continuativa, reddito certificato, assenza di condanne, conoscenza della lingua italiana e una montagna di documentazione.
Questo sistema colpisce anche i più giovani. Oltre 900.000 studenti senza cittadinanza frequentano le scuole italiane: più della metà è nata o cresciuta in Italia, ma resta prigioniera di un limbo giuridico. Non possono viaggiare con la scuola, partecipare a concorsi pubblici, aderire a programmi europei come Erasmus. E il tasso di abbandono scolastico tra loro è il doppio rispetto ai coetanei italiani.
Per questo il referendum è fondamentale
L’8 e 9 giugno si vota su un quesito che propone di ridurre da 10 a 5 anni il requisito minimo di residenza per richiedere la cittadinanza. Una misura di buon senso e giustizia, già applicata in Francia, Belgio e Portogallo. Non si aboliscono i controlli, non si cancella l’idea di integrazione: si offre solo una chance concreta a chi ha già dimostrato di voler vivere e contribuire alla società italiana.
In un’Italia governata da una destra che usa la cittadinanza come strumento di esclusione e propaganda, votare SÌ al referendum sulla cittadinanza è oggi più che mai un atto di responsabilità democratica. È un segnale a chi pensa che i diritti possano essere usati come premi da distribuire ai fedeli e negati a chi, semplicemente, è diverso. È un passo necessario per un Paese che vuole essere moderno, giusto e aperto. Non un museo identitario.



