Paul Biya compie 92 anni e si ricandida per l’ottava volta. Quarantatré anni al potere non sono una curiosità esotica: sono un regime. La campagna elettorale che porta al voto di ottobre scorre come sempre: il presidente appare poco, le strutture del partito lavorano molto, l’opposizione viene selezionata a monte.
Il principale sfidante del 2018, Maurice Kamto, è stato escluso dalla corsa; un segnale più eloquente di qualsiasi manifesto su come vengono decisi i confini del campo democratico. Intanto, persino dall’interno della famiglia presidenziale arrivano fenditure simboliche, utili a capire il clima più che l’esito: non è contestazione organizzata, è stanchezza diffusa. Ma con apparati fedeli, istituzioni deboli e nessun ballottaggio, la continuità appare la scommessa più sicura del palazzo.
La domanda è semplice: c’è davvero democrazia in Camerun? I segnali dicono “a intermittenza”. Negli ultimi anni il governo ha allargato la zona d’ombra su parola e stampa, fino a varare decreti che di fatto censurano il dissenso in nome dell’ordine pubblico.
ONG e osservatori internazionali, da Human Rights Watch al Dipartimento di Stato USA, parlano di intimidazioni a media e attivisti, di processi opachi, di esclusioni amministrative che sostituiscono il confronto politico con il filtro burocratico. Se il voto è l’atto, l’ambiente è la sostanza: e l’ambiente, oggi, non è libero.
Mentre la politica resta bloccata, la società si sfibra. Qui i numeri servono solo per fissare l’ordine di grandezza: quattro camerunesi su dieci vivono sotto la soglia di povertà nazionale, una quota praticamente immobile da vent’anni; la povertà estrema, misurata con il metro internazionale, tocca circa un quarto della popolazione.
Crescita ce n’è, ma “a tre virgola”: troppo poco per diventare lavoro dignitoso e servizi. È il paradosso raccontato dalla Banca Mondiale e ribadito dal Fondo Monetario: stabilità macro dichiarata, frattura sociale evidente. Se la democrazia è anche distribuzione del possibile, qui il possibile resta concentrato.

La crisi non è uniforme: ha una geografia precisa. Nel Far North, lungo la frontiera con la Nigeria, Boko Haram continua a colpire a ondate; nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e Sud-Ovest il conflitto a bassa intensità ha normalizzato la violenza.
Il risultato è un Paese con oltre due milioni di persone in movimento forzato tra sfollati interni e rifugiati, una pressione costante su scuole, cliniche, mercati. Quando le ambulanze mancano e i prezzi del miglio oscillano, la democrazia non è un principio: è la distanza dalla prossima crisi alimentare.
Il governo rivendica programmi con l’FMI, riforme energetiche, cantieri promessi. Il Fondo, nelle ultime revisioni, riconosce i progressi di bilancio e autorizza nuovi esborsi; ma aggiunge una postilla che vale un editoriale: tutto regge se la disciplina fiscale non salta nella stagione elettorale, se le riforme sulla carta diventano elettricità in casa, se gli arretrati si pagano davvero.
È l’elenco dei “se” che separa Yaoundé dai villaggi. Finché la crescita non scende lungo le strade sterrate – scuola, salute di base, reti elettriche affidabili, mercati agricoli – la statistica migliora, la vita no.
Diogene misura gli effetti, non le intenzioni. E l’effetto di una democrazia compressa è sempre lo stesso: lo spazio civico si restringe, l’ascensore sociale si blocca, la povertà diventa ereditaria. Se un presidente può ricandidarsi all’infinito mentre i poveri restano gli stessi di vent’anni fa, non è solo un problema di alternanza: è un problema di senso. La politica promette stabilità; la società chiede mobilità.
Finché la prima non restituisce alla seconda strade percorribili, il voto sarà un rito, non una scelta, e il Camerun resterà un paese in equilibrio instabile tra una legalità di facciata e una realtà di rinuncia.



