martedì, Febbraio 3, 2026

“Caino, dov’è tuo fratello?”

L’intensità di una persona andrebbe compresa in vita. Ora che Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco I, è morto, il coro del dispiacere è unanime. Ma tra tante voci, alcune stonano: per ipocrisia, per calcolo, per convenienza. Eppure l’intensità umana di Bergoglio è stata tale da coinvolgere anche chi credente non è, anche chi cattolico non è.

Tra le immagini più forti del suo pontificato resta quella del viaggio a Lampedusa. Fu il suo primo da Papa, e fu una scelta mirata, politica, anche se ammantata di spiritualità. Con quel gesto portò l’attenzione della Chiesa e della politica sulla tragedia dei migranti. Le reazioni furono violente, soprattutto da parte di esponenti dei partiti che si dichiaravano cattolici: Fabrizio Cicchitto per primo, poi Erminio Boso – il leghista passato a miglior vita noto come “Obelix” – Maria Giovanna Maglie, Giuliano Ferrara e molti altri.

Cosa infastidiva tutti questi cattolici? Forse proprio il fatto che Francesco tornasse al Vangelo. A un Vangelo letto non come bandiera identitaria, ma come messaggio di pace, amore universale, inclusione. Dove anche imam, rabbini e credenti di altre fedi sono fratelli, non nemici.

“Caino, dov’è tuo fratello?” si chiedeva Francesco davanti ai migranti. E denunciava l’ossessione di potere che porta a una “catena di morte”, a versare il sangue del fratello. Chi ha pianto per i naufragi? Chi ha davvero sentito il dolore? La sua risposta era brutale: viviamo nella globalizzazione dell’indifferenza, e abbiamo dimenticato come si fa a piangere, a patire con gli altri.

Non serve essere credenti per apprezzare questo umanesimo. E infatti i reazionari di tutto il mondo lo hanno capito benissimo: per loro Francesco era “un comunista”. Il teologo Vito Mancuso, su La Stampa, ha spiegato che l’originalità di Francesco non sta tanto nelle riforme curiali, quanto nella sua “teopatia”. Come esistono la simpatia e l’empatia, così Francesco ha incarnato una “teopatia”: un risuonare profondo tra vita e spiritualità.

Questo è il ponte che ha unito credenti e non credenti. Ma non ha incontrato il favore delle gerarchie vaticane. Porre gli ultimi al centro della scena è sembrata una bestemmia in un’epoca in cui, in Italia, si varano leggi che puniscono chi soccorre i migranti. Leggi lontane dal Vangelo, dal cattolicesimo, e dall’umanità.

Sulla pace, Francesco ha insistito con forza. Ma da Giovanni XXIII in poi questa è stata l’ossatura di ogni pontificato. Diverso, e più dirompente, è stato il suo sguardo sui migranti e sugli esclusi.

E tuttavia, Francesco ha deluso una parte della comunità LGBTQ+ cattolica. Quella frase, “Chi sono io per giudicare?”, non ha mai trovato riscontro nella dottrina ufficiale. La Chiesa continua a condannare l’omosessualità, il divorzio, e ogni forma d’amore che non rientri nel modello tradizionale. Il decreto Fiducia Supplicans – che autorizza i sacerdoti a benedire persone in relazioni “irregolari” – è una lieve apertura, ma ben lontana da una rivoluzione.

Un’altra immagine potente è quella del Papa solo in una piazza San Pietro deserta, nel pieno del lockdown. Quell’uomo, piccolo nel vuoto intorno, raccontava una solitudine esistenziale che tutti stavamo vivendo. La stessa impotenza che confessò – secondo il racconto di Luca Casarini, attivista di Mediterranea – nel dire di non sapere più che cosa fare per fermare la strage nel Mediterraneo.

Ecco, Francesco ha parlato anche così ai non credenti: con la sua impotenza. Con la consapevolezza che i miracoli non esistono, e che solo gli esseri umani possono cambiare il mondo.

Spetterà ai teologi valutare il suo ruolo nella storia della Chiesa. A noi, più esterni alle questioni spirituali, non resta che salutarlo come si fa con un amico: non condivisione totale, ma rispetto per la passione e l’irriducibile umanità. Se dal prossimo conclave dovesse uscire un Papa con la stessa forza, con la stessa pietas, allora potremo dire che Francesco ha lasciato un segno profondo. Anche in quell’istituzione così lontana dalla vita reale.

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