sabato, Gennaio 31, 2026

Antartide: un ghiacciaio arretra a 800 metri al giorno

Antartide, fine 2022: un ghiacciaio appoggiato sulla roccia comincia ad arretrare a una velocità che non dovrebbe esistere oggi, con picchi fino a 800 metri al giorno nella fase più instabile. Non stiamo parlando di una piattaforma galleggiante che si spezza in mare, come ne abbiamo viste tante. Qui parliamo di ghiaccio “ancorato”, quello che poggia sulla roccia madre e che, proprio per questo, dovrebbe muoversi lentissimo. Invece il ghiacciaio Hektoria, nella Penisola Antartica, ha avuto un arretramento rapidissimo, quasi dieci volte più veloce delle osservazioni recenti. Lo hanno misurato ricercatori di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Francia e l’hanno pubblicato su Nature Geoscience. La scienza lo chiama “evento spettacolare”. Noi diciamo: è la fotografia di cosa succede quando il riscaldamento globale smette di essere graduale.

Per capire perché è grave bisogna togliere il ghiaccio dal vocabolario romantico e riportarlo in quello della fisica. Se si rompe una piattaforma galleggiante, l’acqua è già in mare: l’effetto sull’innalzamento globale del livello del mare è limitato. Se invece si ritira o si smagrisce ghiaccio che stava poggiato sulla roccia, quella massa d’acqua entra davvero nell’oceano e fa salire il livello globale. È esattamente il tipo di processo che qui si sta aprendo: non una bella sequenza satellitare dell’Agenzia spaziale europea, ma un altro contributo all’acqua che arriva sulle nostre coste.

Gli autori dello studio spiegano che Hektoria si è ritirato così in fretta perché in quel punto la costa è piatta: basta perdere un po’ di ghiaccio in spessore per esporre al mare una superficie molto più ampia. E ricordano la vera origine della storia: il crollo della piattaforma di ghiaccio Larsen B nel 2002. Quelle piattaforme sono come un tappo su una bottiglia, trattengono il ghiaccio appoggiato alla terraferma. Quando il tappo salta, la bottiglia non si svuota subito, ma inizia a farlo. All’inizio pochissimo, poi sempre di più. Vent’anni dopo, eccoci a registrare un arretramento abnorme proprio in una delle zone rimaste senza tappo.

Questo è il punto politico che spesso manca: i cambiamenti climatici non sono una serie di episodi isolati che i giornali raccontano a salve (“oggi un ghiacciaio, domani un uragano”). Sono reazioni a catena. C’è un primo cedimento, spesso lontano nel tempo, e poi per anni il sistema si indebolisce in silenzio finché arriva il momento dell’accelerazione. E quando accelera, accelera davvero: una velocità paragonata dai glaciologi a quelle delle deglaciazioni post-glaciali, quando 20 mila anni fa il ghiaccio arretrava dal Nord Europa. Solo che allora non c’erano 8 miliardi di persone e molte di quelle persone non vivevano sulle coste.

“View of Collins Glacier in Antarctica” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Cosa significa concretamente? Significa che ogni volta che un ghiacciaio terrestre antartico perde massa così in fretta si riduce la capacità dell’Antartide di restare stabile, perché ogni arretramento espone nuovo ghiaccio all’erosione del mare. Significa che il contributo all’innalzamento del livello del mare si somma a tutto il resto: lo scioglimento dei ghiacciai montani, la Groenlandia che perde ghiaccio, gli oceani che si dilatano perché sono più caldi. Significa che il conto arriva alle coste: non solo a quelle di paesi ricchi come Paesi Bassi o Norvegia, che comunque spendono miliardi per difendersi, ma a Dakar, Alessandria, Dacca, alle isole del Pacifico e ai comuni costieri italiani che oggi fanno fatica a pagare una singola mareggiata.

Qui sta l’ipocrisia. La ricerca è di altissimo livello, le immagini satellitari sono impressionanti, i titoli parlano di “record di arretramento”. Quasi nessuno fa la seconda riga del ragionamento: più acqua negli oceani significa più persone povere da spostare, più agricoltura da spostare, più migrazione forzata. L’innalzamento del mare non è un problema estetico o paesaggistico, è un moltiplicatore di povertà. Le case costruite a pochi metri dalla riva non sono quelle dei petrolieri, sono quelle dei pescatori e di chi vive di turismo locale. Chi ha scaldato il pianeta ha soldi e tempo per spostarsi; chi abita dove il mare entra non ha né soldi né tempo.

C’è poi la lentezza della politica, che questo studio mette a nudo. Larsen B crolla nel 2002. Lo vediamo tutti. Sappiamo che quando cade un tappo di ghiaccio, dietro prima o poi qualcosa accelera. In vent’anni i governi promettono, le emissioni continuano, il ghiaccio arretra. Nel 2022 registriamo la corsa di Hektoria. Nel frattempo una generazione intera che vive sulle coste africane o asiatiche è diventata adulta senza che nessuno l’abbia messa davvero in sicurezza rispetto a un fenomeno annunciato. Quando oggi sentiamo parlare di “adattamento” e “difese costiere”, la risposta corretta sarebbe: siete già in ritardo di vent’anni.

Non basta dire “è colpa del riscaldamento globale”. Bisogna dire chi ha alimentato il riscaldamento globale. Hektoria arretra perché le acque più calde arrivano più in alto lungo la Penisola Antartica, perché le piattaforme che facevano da barriera non ci sono più, perché la temperatura media è più alta. Tutto vero. Ma è vero anche che continuiamo a sovvenzionare i combustibili fossili con cifre enormi e continuiamo a trattare le compagnie petrolifere come partner nei negoziati sul clima. È la stessa mano che mette CO₂ in atmosfera e poi misura il ghiaccio che arretra.

I glaciologi giustamente dicono: è raro poter osservare un ritiro così rapido da satellite. Allora diciamolo anche noi: è raro anche che lo si racconti per quello che è, cioè un anticipo della fattura climatica che arriverà ai più poveri. La catena è già scritta: emissioni nel Nord globale, destabilizzazione delle masse glaciali al Polo Sud, innalzamento del mare, sfollati climatici nel Sud globale, nuovi muri e nuovi respingimenti. Dal ghiaccio alla frontiera. Sembra un salto logico, ma è esattamente la direzione in cui stiamo andando.

La conclusione scientifica dello studio è prudente: in fasi di riscaldamento molto rapido possono verificarsi instabilità improvvise delle calotte polari. La conclusione politica è meno elegante ma più vera: il riscaldamento rapido lo stiamo producendo noi e sappiamo già chi ne pagherà il prezzo. Se un ghiacciaio può correre a 800 metri al giorno, allora non possiamo più parlare di clima con le scadenze comode del 2035 o del 2050. Dobbiamo parlarne adesso, perché il ghiaccio ha dimostrato che può muoversi più in fretta di qualsiasi decisione.

“View of Collins Glacier in Antarctica” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

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