Il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica ha deciso di fare una cosa modernissima: aprire una campagna pubblica di reclutamento per “talenti” in cyber, crittografia, HPC, OSINT ed eco-fin. C’è una scadenza (20 marzo 2026) e c’è perfino lo slogan, patriottico e pulito: “Il tuo talento al servizio dell’Italia”.
Fin qui, tutto normale: nel 2026 la sicurezza non è più solo impermeabile e auricolare, è anche log, chiavi, GPU, tracciamenti, frodi, flussi finanziari. La parte divertente, però, è l’altra: il pubblico. Perché nel momento in cui “gli 007” aprono la porta, dall’altra parte non arrivano solo ingegneri e analisti. Arriva l’ecosistema nazionale che vive di sospetto come se fosse ossigeno.
Di sicuro, non vorremmo essere nei panni di chi dovrà operare la selezione. E infatti è facilissimo immaginare la posta in arrivo.
Arriva l’esperto di cyber che in realtà è un signore con tre monitor e un canale Telegram: “So riconoscere un attacco informatico perché, quando succede, cade WhatsApp e mia zia dice che è colpa della NATO”. Curriculum allegato: screenshot di commenti sotto un post.
Arriva il crittografo formato in anni di messaggistica familiare: “Ho sviluppato un sistema inviolabile: chiamo mia madre e le dico la password a voce, poi cancelliamo i messaggi”. Campo “certificazioni”: “Ho usato PGP una volta, ma non ricordo dove ho messo la chiave”.
Arriva l’analista finanziario che ha studiato i mercati sul campo, cioè perdendo soldi: “Ho esperienza in finanza non convenzionale: ho investito tutto in una meme-coin perché me l’ha consigliata un account con la foto di un lupo”. In allegato: grafico a candela che sembra un elettrocardiogramma.

Arriva l’OSINT di quartiere: “Ho già risolto da solo tre misteri internazionali: le scie chimiche, le luci nel cielo sopra la tangenziale e l’inflazione (colpa delle élite). Posso fornire 74 thread”. Competenze: “ricerca avanzata su Facebook”.
Arrivano infine gli immancabili professionisti del complotto: quelli che da anni sostengono che i servizi segreti siano ovunque, controllino tutto, manovrino ogni cosa. A quel punto, coerentemente, mandano domanda per entrarci: la parabola è perfetta. È come scrivere un libro contro il consumo e poi aprire un outlet.
Il problema è che questa forma di immaginario — “spionaggio” come romanzo permanente, sospetto come hobby, realtà come trama — è già una parte del nostro paesaggio informativo. E quando un’istituzione seria parla pubblicamente di reclutamento in cyber e finanza, quel paesaggio ci si specchia dentro. Per alcuni è lavoro. Per altri è finalmente la possibilità di trasformare l’ossessione in tesserino.
Detto questo, una cosa va riconosciuta: il fatto stesso che si cerchino profili tecnici e analitici, e che lo si dica apertamente, mostra che l’intelligence sta inseguendo i campi dove oggi si decide potere: infrastrutture digitali, dati, crittografia, denaro. Non è glamour. È amministrazione della complessità.
La speranza — per tutti — è che nel mucchio, tra aspiranti 007 e detective del divano, vinca la banalità competente: gente che sa fare il mestiere senza scambiare il Paese per una puntata infinita di una serie crime. Perché la sicurezza nazionale non ha bisogno di “mattacchioni” in cerca di conferme. Ha bisogno di professionisti che, quando vedono un complotto, prima di tutto chiedono: dov’è il dato?



