Pochi giorni prima delle manifestazioni finite con l’assalto a negozi e altri danni, Milano è stata protagonista di una protesta ancora poco conosciuta in Italia. In piazza della Scala a Milano, il 10 ottobre, si sono ritrovati oltre mille manifestanti, arrivati soprattutto dai comuni dell’hinterland lombardo. Una quarantina di comitati riuniti per chiedere una moratoria sulle nuove autorizzazioni alla costruzione di data center e regole più severe per queste infrastrutture digitali. Una mobilitazione apparentemente paradossale: mentre l’intelligenza artificiale promette di trasformare economia, lavoro e servizi, cresce l’opposizione agli impianti che ne rendono possibile il funzionamento. Ma dietro quelle proteste ci sono problemi che riguardano ormai buona parte del pianeta.
Cominciamo da ciò che non tutti sanno. Un data center è una struttura che ospita grandi quantità di computer, chiamati server, destinati a conservare ed elaborare dati. Senza queste infrastrutture non funzionerebbero i servizi cloud, molte applicazioni bancarie, le piattaforme digitali e una parte crescente delle attività delle imprese e delle pubbliche amministrazioni. Soprattutto, non sarebbe possibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nelle dimensioni che conosciamo. Non sono quindi strutture accessorie, ma una componente essenziale dell’economia contemporanea.
Perché opporsi alla loro costruzione? Perché la tecnologia che utilizziamo quotidianamente, apparentemente immateriale, ha un’esistenza fisica molto concreta. I server consumano elettricità, producono calore, richiedono raffreddamento e occupano edifici che possono estendersi su decine di migliaia di metri quadrati. Alcuni sistemi utilizzano grandi quantità d’acqua. Servono inoltre collegamenti elettrici adeguati, generatori di emergenza e, talvolta, nuove opere sul territorio. Il risultato è che un servizio digitale utilizzato da milioni di persone può avere un impatto ambientale concentrato in un singolo comune.
È ciò che denunciano i comitati lombardi: consumo di terreni agricoli, approvvigionamento idrico, fabbisogno energetico ed effetti cumulativi di numerosi impianti costruiti a poca distanza. Preoccupazioni fondate su problemi reali, ma che non rendono automaticamente dannoso ogni data center. Le conseguenze dipendono dalle dimensioni, dalle tecnologie, dalla provenienza dell’energia e dalla disponibilità locale di risorse. Costruire su un’area industriale dismessa non equivale a occupare terreni agricoli; utilizzare sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico non equivale a ricorrere all’evaporazione di grandi quantità d’acqua.
Esiste però anche il rovescio della medaglia. Fermare indiscriminatamente queste infrastrutture significherebbe ostacolare servizi necessari alla ricerca scientifica, alla sanità, alla pubblica amministrazione e all’economia. Potrebbe inoltre aumentare la dipendenza italiana da impianti collocati all’estero, senza diminuire necessariamente i consumi mondiali. Il conflitto non può quindi ridursi alla contrapposizione tra ambientalisti e sostenitori del progresso. La questione è quali infrastrutture siano necessarie, dove costruirle, con quali costi ambientali e quali benefici per le comunità che le ospitano.
Non è un problema soltanto italiano. Il 16 luglio scorso Diogene Notizie ha pubblicato il dossier «La rivolta mondiale contro i data center», ricostruendo un movimento di opposizione ormai presente in diversi continenti. Negli Stati Uniti le mobilitazioni hanno contribuito a rallentare o bloccare investimenti miliardari. In Virginia, uno dei principali poli mondiali, le controversie riguardano la pressione sulla rete elettrica e l’impatto ambientale. A Memphis, nel Tennessee, l’impianto Colossus della società xAI di Elon Musk ha provocato proteste per le emissioni associate alla produzione dell’energia necessaria al suo funzionamento.
In Europa, la concentrazione dei data center ha determinato in Irlanda restrizioni alle nuove connessioni elettriche nell’area di Dublino. Nei Paesi Bassi l’opposizione di cittadini e agricoltori ha contribuito a fermare un grande progetto di Meta a Zeewolde. In America Latina, soprattutto dove l’acqua è una risorsa scarsa, le contestazioni riguardano direttamente la disponibilità idrica delle comunità locali. Situazioni differenti, accomunate da una domanda: chi sostiene i costi ambientali dell’economia digitale e chi ne incassa i profitti?

Anche in Italia la mobilitazione ha superato le singole vertenze. Milano è diventata il punto d’incontro dei comitati lombardi. A Rho centinaia di cittadini hanno manifestato contro nuovi insediamenti previsti in aree industriali dismesse, chiedendo maggiori garanzie ambientali. Il Comune ha organizzato incontri pubblici e raccolto osservazioni. A Lacchiarella le contestazioni riguardano il progetto Apto Campus. A Pozzaglio ed Uniti, nel Cremonese, cittadini e associazioni hanno contestato un grande insediamento attraverso iniziative pubbliche e legali, sollevando questioni urbanistiche e ambientali.
A Travagliato, nel Bresciano, un progetto da circa 120 megawatt è stato ritirato dopo un percorso segnato dalle proteste e da problemi amministrativi. Non è possibile attribuire il ritiro esclusivamente alla mobilitazione, ma il caso dimostra che questi investimenti non sono inevitabili. Contestazioni sono emerse anche a Colleferro, nel Lazio, dove il progetto Cobra Green Hyperscale ha suscitato interrogativi ambientali e urbanistici, e a Torino, intorno alla prevista trasformazione dell’area ex Ilte. Altre iniziative coinvolgono comuni del Milanese e del Pavese, da Magenta a Settimo Milanese e Certosa di Pavia.
Non tutte le proteste chiedono semplicemente di bloccare gli impianti. Alcuni comitati contestano progetti specifici, altri propongono una moratoria per consentire una pianificazione complessiva. È una distinzione importante: opporsi alla costruzione in un determinato territorio non significa necessariamente rifiutare la tecnologia. La manifestazione milanese del 10 ottobre chiedeva soprattutto di sospendere le nuove autorizzazioni per valutare le conseguenze di uno sviluppo che rischia di procedere più velocemente delle regole.
Quanto consumano realmente queste strutture? Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno assorbito circa 415 terawattora, pari all’1,5% dell’elettricità mondiale. Entro il 2030 il consumo potrebbe più che raddoppiare, raggiungendo 945 terawattora. Per comprendere le dimensioni basta un esempio: un impianto con server da 100 megawatt, utilizzati continuativamente a piena potenza, potrebbe superare il miliardo di kilowattora annui includendo raffreddamento e servizi ausiliari. È un calcolo illustrativo, non il consumo misurato di un impianto. Anche l’utilizzo dell’acqua varia enormemente secondo la tecnologia adottata. Quanto all’occupazione, i cantieri possono impiegare molte persone, mentre la gestione ordinaria di strutture altamente automatizzate richiede generalmente pochi addetti permanenti rispetto all’investimento. Un elemento da considerare quando si promettono centinaia di posti di lavoro.
La concentrazione maggiore degli impianti italiani si trova in Lombardia, soprattutto nell’area metropolitana milanese. Secondo i dati del Politecnico di Milano riportati dalla Rai, su 262 data center censiti in Italia circa il 45% è localizzato nella regione. Ma il fenomeno interessa ormai altre parti del Paese. Nell’area romana sono presenti infrastrutture digitali e nuovi investimenti; a Pomezia Rai Way sta sviluppando un grande data center, presentato nel marzo 2026. A Bologna il Tecnopolo DAMA ospita già il supercomputer Leonardo e il centro dati europeo per le previsioni meteorologiche. Padova è interessata da investimenti pubblici in nuove infrastrutture. Ulteriori progetti coinvolgono comuni del Milanese, Pavese, Cremonese, Bresciano e Torinese.
È una geografia destinata ad allargarsi, anche se occorre distinguere gli impianti operativi dai progetti autorizzati e dagli investimenti soltanto annunciati. Non tutti diventeranno necessariamente cantieri e non tutti hanno la stessa finalità. Il centro di calcolo utilizzato per le previsioni meteorologiche, un’infrastruttura pubblica e un impianto commerciale destinato ai servizi delle grandi piattaforme svolgono funzioni differenti, che andrebbero considerate quando si valutano benefici e costi.
Rimane una questione politica ed economica sulla quale il dibattito italiano è ancora insufficiente. Le amministrazioni locali, spesso alle prese con bilanci difficili e scarsità di investimenti, si trovano a negoziare con imprese dotate di risorse enormemente superiori. Un data center può significare entrate fiscali, recupero di aree abbandonate e nuove attività economiche. Ma anche costi infrastrutturali e conseguenze ambientali destinate a durare decenni. Per valutare queste operazioni servono informazioni pubbliche sui consumi, sull’occupazione effettiva, sugli incentivi e sulle compensazioni, considerando l’impatto complessivo degli impianti presenti in uno stesso territorio.
La contraddizione è evidente: l’intelligenza artificiale viene presentata come uno strumento capace di migliorare l’efficienza e ridurre gli sprechi, mentre le infrastrutture che la alimentano richiedono quantità crescenti di risorse. Non significa che si debba rinunciare alle tecnologie digitali, né che le proteste vadano liquidate come ostilità al progresso. La questione è chi decide dove e come costruire queste infrastrutture e se i territori che ne sopportano i costi partecipino realmente alle scelte e ai benefici. È un problema di politica industriale, tutela ambientale e democrazia, non soltanto di autorizzazioni edilizie.

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