Povertà, l’ONU misura il fallimento dell’Agenda 2030

Un miliardo e duecento milioni di persone vive in povertà multidimensionale. Non significa soltanto avere pochi soldi: significa non poter contare, spesso contemporaneamente, su un’alimentazione adeguata, istruzione, servizi igienici, acqua potabile o elettricità. Sono 617 milioni i bambini coinvolti. A certificarlo è il nuovo Global Multidimensional Poverty Index, pubblicato il 12 ottobre dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e dall’Università di Oxford, sulla base dei dati di 108 Paesi.

Rispetto alla precedente edizione, il conteggio aumenta di 51,5 milioni. Sarebbe però scorretto raccontarli tutti come nuovi poveri: una parte dell’incremento dipende dagli aggiornamenti demografici, mentre nei Paesi con nuove indagini si intrecciano cambiamenti reali e differenze statistiche. Il numero complessivo resta impressionante. Ma dopo decenni di rapporti, vertici e dichiarazioni, il problema non è soltanto misurare la povertà: è chiedere conto delle politiche che avrebbero dovuto ridurla.

La promessa del 2015 e i numeri del 2026

Nel 2015 tutti i 193 Stati membri dell’ONU approvarono l’Agenda 2030. Il primo dei suoi 17 obiettivi era eliminare la povertà in tutte le sue forme, ovunque. Undici anni dopo, il bilancio ufficiale delle Nazioni Unite è severo: tra i 139 traguardi per i quali esistono dati, soltanto il 36% è in linea con il percorso previsto o mostra almeno progressi moderati; il 49% avanza troppo lentamente e il 15% è arretrato rispetto al 2015. Quel 36% non indica neppure obiettivi già raggiunti.

L’ONU non ha dichiarato l’Agenda inapplicabile: continua a difenderla e a chiedere un’accelerazione. Ma i suoi stessi numeri rendono evidente che le politiche attuali non porteranno ai risultati promessi entro il 2030. È legittimo, allora, domandarsi quanto valga un impegno internazionale se il suo mancato rispetto non comporta responsabilità riconoscibili. Si annuncerà un’altra scadenza, accompagnata dall’ennesimo rapporto che spiega perché quella precedente è stata mancata?

La responsabilità degli Stati. E quella dell’ONU

La prima responsabilità è dei governi: sono loro a decidere bilanci, fisco, investimenti, servizi pubblici e politiche redistributive. Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale e non possono imporre ai Paesi una riforma fiscale o un piano contro la povertà. Ma l’Agenda 2030 è stata costruita proprio su impegni volontari, verificati soprattutto attraverso rendicontazioni degli Stati. Non è un difetto comparso dopo: era scritto nel meccanismo scelto fin dall’inizio.

Questo non assolve il sistema ONU. Se un’organizzazione promuove obiettivi universali, deve anche interrogarsi sull’adeguatezza degli strumenti con cui intende perseguirli, sull’efficacia del coordinamento e sulla qualità della verifica dei risultati. La riforma interna UN80 ha riconosciuto sovrapposizioni tra mandati, frammentazione degli interventi e difficoltà nel collegare risorse e priorità. Secondo un’analisi illustrata dal segretario generale, nel 2023 circa l’85% dei contributi volontari ricevuti dal sistema era fortemente vincolato alle destinazioni decise dai finanziatori. È un ostacolo concreto alla capacità di agire dove il bisogno è maggiore.

Naturalmente non tutto è fallito. Lo stesso rapporto sulla povertà multidimensionale segnala che 33 Paesi hanno almeno dimezzato il proprio indice in meno di quindici anni. Proprio questo rende più urgente la domanda: perché risultati possibili in alcuni contesti non diventano una trasformazione più estesa? Quali politiche funzionano, quali no, e chi verifica in modo indipendente l’uso delle risorse?

I soldi diminuiscono, le promesse restano

C’è poi la contraddizione dei finanziamenti. Secondo l’OCSE, nel 2025 gli aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi membri e associati al suo Comitato dedicato sono scesi a 174,3 miliardi di dollari, il 23,1% in meno rispetto al 2024: la maggiore contrazione annuale registrata. I contributi di base al sistema ONU sono diminuiti del 27%. Gli stessi governi che sottoscrivono programmi contro la povertà tagliano dunque una parte delle risorse necessarie ad attuarli.

Al peso dei tagli si sommano quello del debito, le guerre, le disuguaglianze e la crisi climatica. Sono ostacoli reali, non scuse inventate. Ma erano in larga misura conosciuti quando venne approvata l’Agenda. Continuare a ripeterli, senza correggere le scelte che li aggravano, trasforma la spiegazione del fallimento in un rituale istituzionale. La distanza tra dichiarazioni e decisioni economiche è diventata essa stessa una notizia.

Non serve un nuovo calendario

Il nuovo rapporto UNDP è indispensabile per conoscere il fenomeno. Ma conoscere sempre meglio la povertà non equivale a combatterla meglio. Dopo undici anni di Agenda 2030, la discussione dovrebbe concentrarsi su impegni finanziari verificabili, politiche pubbliche efficaci, valutazioni indipendenti e responsabilità politiche per gli obiettivi mancati. L’ONU deve pretendere questo dagli Stati e applicare lo stesso criterio alla propria macchina organizzativa.

Nel 2030 saranno ancora moltissime le persone alle quali non basterà sentirsi dire che la comunità internazionale ha fatto progressi, pur senza centrare il traguardo. Il problema non è fissare la data entro cui la povertà dovrebbe scomparire. È modificare le condizioni che permettono alla povertà di sopravvivere a ogni nuova promessa.