L’Italia è il Paese più vecchio dell’Unione europea, ma le sue città continuano spesso a essere progettate come se fossero abitate soprattutto da adulti giovani, sani e perfettamente autonomi. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14,8 milioni, il 25,1 per cento della popolazione; gli ultraottantacinquenni superavano i 2,5 milioni.
Eppure gran parte dello spazio urbano continua a presupporre che tutti possano camminare senza soste, attraversare rapidamente una strada, aspettare un autobus in piedi o percorrere qualche centinaio di metri anche con 35 gradi.
Un esperimento condotto dall’Istituto per la BioEconomia del CNR di Bologna, nell’ambito del progetto europeo CARMINE, rende molto concreta questa distanza tra città teorica e città reale. I ricercatori Teodoro Georgiadis e Letizia Cremonini hanno simulato il costo fisico di un normale spostamento urbano per una persona anziana con patologie croniche.
Il caso preso come riferimento è quello di un uomo di 82 anni, diabetico, con cataratta e mobilità ridotta, che deve raggiungere un mercato a cinquecento metri da casa durante un’ondata di calore.
Per riprodurre almeno in parte quella condizione, una studentessa ventiduenne in buona forma fisica ha percorso il tragitto con uno zaino da 18 chili. Secondo il modello utilizzato dai ricercatori, una persona con quelle caratteristiche avrebbe bisogno di fermarsi circa ogni 150 metri e di recuperare per alcuni minuti prima di ripartire.
L’esperimento non pretende di stabilire come si muova ogni ottantenne, ma mostra una cosa semplice: cinquecento metri non sono la stessa distanza per tutti.
La questione riguarda il modo in cui misuriamo l’accessibilità urbana. Una panchina può sembrare arredo pubblico; per una persona anziana può determinare se riesce o meno ad arrivare al supermercato. Una pensilina alla fermata dell’autobus può fare la differenza tra poter usare il trasporto pubblico e rinunciarvi nei mesi più caldi. Un attraversamento pedonale troppo rapido, un marciapiede dissestato, la mancanza di un bagno pubblico o di una zona d’ombra possono restringere poco alla volta lo spazio nel quale una persona riesce a muoversi autonomamente.
Il progetto CARMINE studia proprio l’interazione tra clima, salute, struttura urbana e vulnerabilità sociale. A Bologna una particolare attenzione è dedicata agli anziani, alle persone con disabilità e a chi soffre di patologie croniche. Anche la distribuzione dei negozi alimentari viene analizzata per capire se chi ha difficoltà motorie possa continuare a raggiungere autonomamente un mercato o un esercizio di quartiere.
Non è un dettaglio. Fare la spesa significa certamente procurarsi del cibo, ma significa anche uscire di casa, incontrare altre persone, orientarsi, scegliere e continuare a partecipare alla vita del quartiere. Quando il negozio sotto casa scompare e il supermercato più vicino si trova a un chilometro di distanza, quella che per un adulto motorizzato è una semplice trasformazione commerciale può diventare per un anziano una perdita di autonomia.
CARMINE ha individuato nella solitudine una delle condizioni che possono aumentare la vulnerabilità alle ondate di calore e alle malattie croniche. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità considera trasporti accessibili, panchine, bagni pubblici, marciapiedi sicuri e fermate adeguate elementi fondamentali di una città capace di accompagnare l’invecchiamento.
Il tema diventa ancora più interessante se applicato alla cosiddetta “città dei quindici minuti”. Quindici minuti per chi? Una farmacia o un mercato raggiungibili in un quarto d’ora da un quarantenne possono richiedere molto più tempo a una persona di ottant’anni, soprattutto con temperature elevate e senza luoghi dove fermarsi. Misurare la città soltanto in metri o minuti significa ignorare la differenza tra i corpi che la attraversano.
Tra le soluzioni studiate dal progetto europeo ci sono piccoli spazi di sosta distribuiti lungo i percorsi quotidiani: ombra, alberi o pensiline, sedute accessibili, acqua e, nei casi più completi, veri rifugi climatici. Interventi apparentemente minori, ma capaci di prolungare concretamente l’autonomia.
La condizione degli anziani diventa così una specie di test sulla qualità della città. Molti ostacoli che a trent’anni vengono compensati con il corpo — correre al semaforo, stare in piedi alla fermata, fare qualche centinaio di metri in più — con l’età smettono di essere semplici disagi e diventano barriere.
Parlare di città ostili agli anziani non significa dire che qualcuno le abbia progettate contro di loro. Significa riconoscere che continuiamo a costruire lo spazio urbano prendendo come riferimento un abitante ideale che assomiglia sempre meno alla popolazione reale.
L’Italia è invecchiata molto più rapidamente delle sue città. E forse la domanda dovrebbe essere rovesciata: non fino a quale età una persona riesce a vivere autonomamente in città, ma fino a quale età la città le consente davvero di farlo.



