Un bimbo di otto anni ogni giorno percorre diversi chilometri per andare a scuola. Non perché viva in un villaggio isolato, ma perché gli edifici scolastici vicini a casa sua, a Damasco, sono distrutti o inutilizzabili. Quando torna, aiuta la famiglia in bottega o altre attività artigianali, poi cerca di studiare finché c’è luce. Nella loro abitazione la rete elettrica non funziona e quando si scarica la batteria resta soltanto il buio. La famiglia era fuggita dalla Siria ed è poi tornata. Non per una ritrovata prosperità, ma perché non aveva più un altro posto dove andare.
È una storia piccola, quasi ordinaria nella Siria del settembre 2026. La vita di minori e famiglie con pochissime risorse. Le scuole hanno riaperto e migliaia di bambini sono tornati nelle aule, ma il ritorno alla normalità rischia di essere un’espressione ingannevole. Secondo l’Unicef, circa 2,5 milioni di bambini siriani sono ancora fuori dalla scuola e quasi 8 mila istituti necessitano di essere riabilitati o non sono pienamente funzionanti. Le classi disponibili sono spesso sovraffollate, mancano materiali e insegnanti e in molte zone anche acqua e servizi igienici adeguati.
Dove la ricostruzione arriva, la differenza è immediatamente visibile. A Jaramana, nella periferia di Damasco, una scuola elementare frequentata da circa 830 bambini è stata recentemente rimessa in sicurezza con il sostegno dell’Unicef: tetti che perdevano, porte e finestre rotte, scale pericolose e servizi igienici insufficienti sono stati riparati. Ma proprio la necessità di interventi di questo tipo dà la misura di ciò che rimane da fare in un sistema scolastico devastato da quattordici anni di guerra.
Il problema, però, non sono soltanto gli edifici. Una famiglia deve poter permettere a un bambino di andare a scuola invece di mandarlo a lavorare. Deve avere denaro per il trasporto, per i vestiti, per il materiale scolastico e abbastanza cibo perché studiare non diventi un lusso rispetto alla necessità di sopravvivere. Ed è qui che la Siria uscita dalla guerra mostra forse la sua ferita più profonda.
Le statistiche sulla povertà utilizzano soglie differenti e non vanno confuse fra loro. L’Unicef stima che circa il 90 per cento della popolazione viva in condizioni di povertà; utilizzando una soglia molto più restrittiva, quella della povertà estrema, il dato scende a circa un siriano su quattro. Due terzi della popolazione si trovano comunque al di sotto della soglia di povertà utilizzata per i paesi a reddito medio-basso. Non sono numeri contraddittori: misurano livelli diversi della stessa crisi.
Nel 2026 15,6 milioni di persone hanno bisogno di qualche forma di assistenza umanitaria, tra loro 7,2 milioni di bambini. Il cambio di regime del dicembre 2024 ha permesso agli aiuti di raggiungere alcune zone prima difficilmente accessibili e ha aperto spazi per la ricostruzione, ma l’Unicef osserva che questi miglioramenti non si sono ancora tradotti in un cambiamento tangibile delle condizioni di vita della maggior parte dei siriani.
Il cibo è una delle emergenze più evidenti. Il Programma alimentare mondiale stima che 7,2 milioni di persone siano in condizioni di insicurezza alimentare acuta e che soltanto il 18 per cento della popolazione possa essere considerato pienamente sicuro dal punto di vista alimentare. Prezzi elevati, mancanza di lavoro, siccità, infrastrutture distrutte e spostamenti della popolazione continuano ad alimentare la crisi.
Paradossalmente, mentre aumenta il numero delle persone che tentano di ricostruire la propria vita, diminuiscono anche alcuni degli aiuti disponibili. A maggio il Wfp, per mancanza di fondi, ha dimezzato da 1,3 milioni a 650 mila le persone raggiunte dall’assistenza alimentare d’emergenza e ha interrotto un programma nazionale di sostegno al prezzo del pane che interessava milioni di siriani. Fra i 7,2 milioni di persone in insicurezza alimentare, 1,6 milioni versano in condizioni particolarmente gravi. Le famiglie più povere riducono le porzioni, comprano alimenti meno nutrienti o saltano direttamente i pasti.
È dentro questa economia domestica che bisogna collocare anche il ritorno dei bambini a scuola. La rinuncia all’istruzione non è necessariamente una scelta culturale né una conseguenza diretta della guerra: spesso è una strategia di sopravvivenza. L’Unicef segnala che la difficoltà economica spinge le famiglie a ritardare le cure mediche, ritirare i figli dalla scuola e ricorrere al lavoro minorile. Per le ragazze cresce anche il rischio dei matrimoni precoci.
E poi c’è il territorio al quale le famiglie stanno tornando. Milioni di siriani hanno ripreso la strada di casa dalla caduta di Bashar al-Assad, ma “casa” può significare un edificio danneggiato, un quartiere senza elettricità o acqua corrente, una scuola chiusa e un ambulatorio distante decine di chilometri. Il Wfp calcola che circa 5,5 milioni di persone siano ancora sfollate all’interno del paese, mentre più di 1,6 milioni di rifugiati sono rientrati in Siria dal dicembre 2024.

Il ritorno porta con sé persino nuovi pericoli. Cinque milioni di bambini vivono in zone contaminate da mine e residuati esplosivi. L’Unicef stima che centinaia di migliaia di ordigni inesplosi siano ancora dispersi tra strade, campi, abitazioni e scuole. Tornare a casa, giocare all’aperto o percorrere a piedi la strada verso una classe può significare entrare in un territorio che la guerra ha lasciato disseminato di esplosivi.
Anche i servizi più elementari restano fragili. Più di dieci milioni di persone non dispongono di un accesso adeguato all’acqua potabile, mentre quasi il 40 per cento degli ospedali e delle strutture sanitarie è parzialmente o completamente fuori servizio. A settembre, nella zona di Al-Bab, l’Unicef descriveva un unico centro sanitario di base pienamente operativo al servizio di un bacino di oltre 400 mila persone.
La fine del vecchio regime ha dunque prodotto un cambiamento politico enorme senza poter cancellare quattordici anni di distruzione materiale. Ed è soltanto a questo punto che i nuovi assetti di potere diventano indispensabili per capire che cosa potrà succedere.
Bashar al-Assad è stato rovesciato l’8 dicembre 2024. Ahmad al-Sharaa, leader delle forze che conquistarono Damasco, è diventato presidente della fase transitoria. Nel marzo 2025 è stata adottata una dichiarazione costituzionale provvisoria che dovrebbe regolare una transizione pluriennale fino alla definizione di una Costituzione permanente e a elezioni nazionali.
Il sistema attribuisce alla presidenza poteri molto ampi; il nuovo Parlamento può proporre e approvare le leggi, ma non determina la formazione del governo. Critici e organizzazioni della società civile hanno per questo sollevato interrogativi sull’effettivo equilibrio tra i poteri e sull’inclusività del processo.
Il nuovo People’s Assembly ha tenuto la sua prima seduta il 12 luglio 2026. La camera prevista è di 210 membri: due terzi sono stati scelti attraverso collegi elettorali territoriali e 70 nominati direttamente dal presidente al-Sharaa. Non tutti i seggi risultano ancora coperti, soprattutto per le difficoltà politiche e di sicurezza a Suwayda. Le nomine presidenziali hanno aumentato la presenza femminile, portandola a poco più del 10 per cento dell’assemblea. Il 5 luglio al-Sharaa aveva inoltre nominato i sette componenti della nuova Corte costituzionale suprema.
È una ricostruzione istituzionale ancora incompleta. Nel nord-est procede, fra molte tensioni, l’accordo per integrare le Forze democratiche siriane e le amministrazioni a guida curda nelle strutture dello Stato. L’avanzamento dell’intesa ha ridotto il rischio di uno scontro generale, ma nelle aree curde rimangono proteste e timori per la perdita dell’autonomia conquistata durante la guerra, per il ruolo della lingua curda nelle scuole e per il futuro delle unità militari locali.
A sud resta aperta la questione della provincia drusa di Suwayda, segnata da violenze, nuove tensioni comunitarie e dalla difficoltà del governo centrale di costruire un rapporto stabile con le autorità locali. Le Nazioni Unite continuano a indicare l’inclusione delle diverse comunità, la giustizia per i crimini commessi durante e dopo la guerra e l’indipendenza delle nuove istituzioni come i principali punti irrisolti della transizione.
E rimane aperto il fronte con Israele. Parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite pochi giorni fa, al-Sharaa ha chiesto il ritiro delle forze israeliane alle posizioni precedenti all’8 dicembre 2024 e ha rivendicato il Golan come territorio siriano. Parallelamente il suo governo sta negoziando un possibile accordo di sicurezza con Israele, presentandolo come uno strumento per evitare nuovi scontri senza rinunciare alla rivendicazione sul Golan.
Sul piano internazionale l’isolamento della Siria si è invece fortemente ridotto. Gran parte delle sanzioni occidentali è stata rimossa o alleggerita, Arabia Saudita e Qatar hanno saldato nel 2025 gli arretrati siriani verso la Banca Mondiale, permettendo al paese di tornare ad accedere ai suoi finanziamenti, e gli Stati Uniti hanno avviato nel luglio scorso la procedura per cancellare la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo.
Sono condizioni che possono favorire investimenti e ricostruzione. Ma il passaggio dalla riapertura diplomatica alla vita quotidiana è ancora tutto da compiere.



