In Toscana i detenuti dormiranno per terra

Anche il limite del degrado che ormai quotidianamente attraversa il rapporto dell’esistenza umana con il potere è stato superato. E di molto. In Toscana l’amministrazione penitenziaria mette per iscritto ciò che finora era la vergogna non detta: quando le celle sono piene, i nuovi arrestati si sistemano su un materasso buttato sul pavimento. Un ordine di servizio che normalizza la barbarie e certifica il fallimento di un intero modello.

Quella frase, in una circolare firmata dagli uffici che governano le prigioni della Toscana, andrebbe letta a voce alta in ogni aula dove si pronuncia la parola “dignità”. Di fronte a istituti che scoppiano, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria — l’organo periferico del Dipartimento che dipende dal ministero della Giustizia — ha ordinato ai direttori di accogliere comunque chi viene arrestato, utilizzando «tutti gli spazi disponibili» fino al limite «e se necessario anche oltre», arrivando «in via estrema per quanto assolutamente provvisoria» alla «collocazione di brande o materassi a terra».

Tradotto: prendere un essere umano appena entrato, appoggiarlo su un materasso steso sul pavimento di una cella già satura, e chiamarlo detenuto.

La direttiva nasce da una constatazione burocratica che è già una confessione. «Con frequenza sempre maggiore», scrive il Provveditorato, alcune direzioni si rifiutano di accettare nuovi ingressi perché non ci sono posti. Non è insubordinazione: è l’ultimo argine di chi si rifiuta di stipare persone dove non c’è più spazio. L’amministrazione, invece di leggere quel rifiuto come un allarme, lo ha aggirato con un ordine. E ha promesso che, ricevuta comunicazione dell’avvenuta «sistemazione “di fortuna”» dell’arrestato, provvederà poi a «regolarizzare». La regolarizzazione di un uomo che dorme in terra.

Il collasso toscano e la miccia di Sollicciano

La situazione è precipitata dopo un provvedimento che ha pochi precedenti nella storia recente. Il 16 giugno il giudice per le indagini preliminari di Firenze, su richiesta della Procura, ha disposto il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano: celle ritenute degradanti e umanamente inaccettabili. Risultato: circa 240 detenuti da trasferire altrove. Solo una parte è stata spostata — sessanta, settanta persone — e già questo è bastato a far saltare gli equilibri degli altri istituti, che non hanno dove metterli. Il resto è rimasto bloccato dentro Sollicciano, perché le carceri vicine sono piene a loro volta.

I numeri raccontano un sistema oltre il punto di rottura. Al 30 giugno Sollicciano contava 540 persone per 502 posti; Massa 303 per 177; Pisa 300 per 195. Il carcere più sovraffollato d’Italia è oggi quello di Lucca, con 98 detenuti a fronte di 37 posti: quasi il triplo della capienza. Sul piano nazionale, i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 4 luglio fotografano 64.777 persone recluse contro 46.356 posti effettivamente disponibili. Non è un’ondata criminale: è un imbuto costruito.

Sollicciano, poi, non è un luogo qualsiasi. È un carcere in cui da anni si convive con l’acqua alta sui pavimenti, le infiltrazioni, la muffa, gli scarafaggi, le cimici da letto, i topi, i materassi logori, l’assenza di acqua calda. Condizioni talmente note da avere già prodotto una valanga di ricorsi per il trattamento subìto, e da avere spinto il Tribunale di sorveglianza di Firenze a investire la Corte costituzionale: il 22 settembre la Consulta dovrà stabilire se lo Stato possa continuare a detenere una persona quando è esso stesso a rendere la pena contraria al senso di umanità. Il Dipartimento, per difendersi, ha ricordato di avere già stanziato nove milioni per la riqualificazione. Nove milioni annunciati mentre si ordina di stendere materassi in terra.

Non è emergenza: è la fotografia di un sistema

Chi presenta tutto questo come una piena improvvisa mente sui numeri. Il XXII Rapporto di Antigone, presentato a maggio, misura un tasso reale di sovraffollamento al 139 per cento: settantatré istituti sopra il 150, otto oltre il 200. E lo fa registrando allo stesso tempo che i reati in Italia sono stabili, anzi in calo — meno 8 per cento nel primo semestre del 2025 — e che continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare. Le carceri non si riempiono perché fuori si delinque di più. Si riempiono perché lo Stato ha scelto di riempirle: dall’inizio della legislatura il governo ha introdotto oltre cinquantacinque nuovi reati, più di sessanta aggravanti, oltre sessantacinque inasprimenti di pena. Più fattispecie, pene più lunghe, meno vie d’uscita.

Il conto lo pagano le persone in carne e ossa. Nel 2025 nelle carceri italiane si sono contati 254 decessi, il dato più alto da decenni, e almeno settantasei suicidi; dall’inizio del 2026 altri ventiquattro. In diciotto mesi, più di cento persone si sono tolte la vita dietro le sbarre. Il carcere, così, non contiene la sofferenza sociale: la moltiplica e a volte la uccide.

I precedenti: una vergogna che l’Italia conosce a memoria

La pratica di far dormire i reclusi a terra non è nuova. È riemersa a ogni picco di sovraffollamento, l’ultima volta nella stagione che portò l’Italia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’8 gennaio 2013, con la sentenza pilota Torreggiani, Strasburgo condannò il nostro Paese per violazione dell’articolo 3 della Convenzione — quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti — accertando che decine di migliaia di detenuti vivevano in meno di tre metri quadrati a testa. Quella condanna obbligò l’Italia a dotarsi di rimedi: sconti di pena e risarcimenti per chi subisce condizioni contrarie alla dignità, il cosiddetto decreto svuota-carceri. Tredici anni dopo, i numeri di allora tornano a farsi vicini, e l’amministrazione risponde non riducendo le presenze, ma mettendo nero su bianco il materasso in terra.

È questa la vera novità, ed è di segno opposto a un progresso. La collocazione di fortuna non viene più subìta come abuso da nascondere: viene protocollata, firmata, ordinata dall’alto. Il Garante dei detenuti della Toscana ha parlato di atto inedito. Non perché sia inedita la miseria delle celle, ma perché è inedito vederla ratificata da una disposizione ufficiale.

Il coro delle condanne

Le reazioni sono state immediate e trasversali, e questo è forse l’aspetto più significativo: a denunciare non sono solo le associazioni per i diritti, ma gli stessi sindacati di chi in carcere ci lavora. Per il segretario regionale della Uil polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco, si è alla «follia pura»; il sindacato chiede all’autorità giudiziaria di accertare quella che definisce una «palese e premeditata» violazione dei diritti umani, e invita i direttori a una «battaglia di civiltà», rifiutando ingressi quando non ci sono posti. Anche il Sappe, pur comprendendo l’affanno gestionale, parla apertamente di un problema «di dignità della persona» e di rischio concreto di rivolte.

Sul versante politico, il capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Federico Gianassi, ha chiesto al ministro Carlo Nordio di andare a vedere di persona lo stato del penitenziario, parlando di «clamoroso fallimento» dopo quattro anni di annunci. Il segretario toscano di Magistratura Democratica, Filippo Focardi, ha usato l’immagine che meglio riassume la deriva: senza lavori e senza depenalizzazione, il carcere «diventa una discarica sociale». E Antigone, che ha definito la nota una cosa che «fa rabbrividire», ha ricordato come essa dia forma amministrativa a quel «non facciamoli respirare» che in ambienti di governo era già stato pronunciato come auspicio.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” Costituzione italiana, articolo 27 comma 3