Libia, elezioni promesse e spartizione reale

La Libia ha di nuovo una data possibile per le elezioni. O, meglio, ha l’ennesima promessa di una data. I vertici dei principali organismi istituzionali hanno annunciato una roadmap per arrivare a elezioni presidenziali e parlamentari entro il 17 febbraio 2027. Sulla carta, l’obiettivo è chiudere la lunga transizione, unificare le istituzioni e restituire legittimità politica a un Paese diviso da anni.

Ma la Libia insegna una cosa semplice: ogni volta che si parla di urne bisogna guardare anche chi controlla petrolio, milizie, banche, coste, rotte migratorie e riconoscimento internazionale. Perché è lì che si trova il potere reale.

La nuova intesa è stata annunciata da Aguila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti con base a Bengasi, da Mohamed el-Menfi, capo del Consiglio presidenziale, e da Mohammed Takala, presidente dell’Alto Consiglio di Stato. È un passaggio politico non irrilevante, ma non basta a dire che la Libia sia vicina alla normalizzazione.

Le elezioni dovevano già tenersi nel 2021 e furono rinviate a tempo indeterminato. Da allora, il Paese è rimasto sospeso tra governi rivali, accordi provvisori, trattative internazionali e poteri armati che hanno tutto l’interesse a non perdere ciò che controllano.

Il nodo è Khalifa Haftar. Il suo Esercito nazionale libico non ha bocciato apertamente la roadmap, ma ha subito indicato un altro riferimento: il piano statunitense promosso da Massad Boulos, consigliere di Donald Trump per gli affari arabi e africani.

Un piano che punta a riavvicinare le autorità dell’est e dell’ovest, unificare l’esecutivo e rimettere al centro petrolio, investimenti e stabilità. Tradotto: non necessariamente democrazia, ma governo abbastanza unificato da garantire affari, produzione energetica e controllo del territorio.

È qui che la promessa elettorale comincia a perdere innocenza. Perché una cosa sono le elezioni come diritto dei libici a scegliere chi li governa. Un’altra sono le elezioni come decorazione finale di un accordo tra apparati, milizie, famiglie politiche e potenze straniere.

La Libia resta divisa tra il governo di Tripoli, riconosciuto dall’ONU e guidato da Abdul Hamid Dbeibah, e il sistema orientale che ruota attorno alla Camera dei rappresentanti, al governo parallelo di Osama Hamad e soprattutto alla forza militare di Haftar. Ma anche questa descrizione è incompleta.

Haftar non è solo il comandante di una parte. È il perno di un potere territoriale che controlla pezzi fondamentali del Paese, dalle infrastrutture petrolifere alle rotte nel sud, dai rapporti con potenze straniere fino alla capacità di bloccare o condizionare ogni processo nazionale.

Per questo la roadmap può essere uno spiraglio, ma anche una trappola. Può aprire un percorso verso istituzioni unificate, oppure può servire a stabilizzare gli stessi poteri che hanno costruito la transizione infinita. In Libia la transizione non è solo una fase provvisoria. È diventata un sistema di governo.

La base materiale di questo sistema è la rendita petrolifera. La Libia è ricca, ma molti libici sono poveri. Ha petrolio, ma non servizi adeguati. Ha entrate enormi, ma salari erosi, liquidità fragile, infrastrutture distrutte o mai ricostruite, prezzi in crescita e un’economia dipendente quasi totalmente dagli idrocarburi.

Ad aprile è stato approvato il primo bilancio unificato dal 2013: circa 190 miliardi di dinari, quasi 30 miliardi di dollari. Una parte enorme va a stipendi pubblici, sussidi, assegni familiari, progetti di sviluppo e compagnia petrolifera nazionale.

È stato presentato come un passo verso l’unità. Può esserlo. Ma è anche la fotografia di un Paese in cui la pace sociale passa dalla distribuzione della rendita. Chi controlla il bilancio controlla fedeltà, stipendi, ricostruzione, sussidi, reti clientelari. Chi controlla il petrolio controlla la possibilità stessa dello Stato.

Intanto la vita quotidiana peggiora. Il dinaro è stato svalutato due volte in meno di un anno. La svalutazione rende più costosi cibo, medicine, beni importati, pezzi di ricambio. I dati sulla povertà raccontano una realtà opposta alla favola del Paese petrolifero: una quota enorme della popolazione vive in condizioni di deprivazione, mentre le élite armate e politiche trattano sulla divisione delle risorse.

Dentro questa crisi, i migranti diventano il capro espiatorio perfetto. La Libia è uno dei grandi ingranaggi della frontiera europea: luogo di transito, detenzione, respingimento, sfruttamento. Persone in fuga da guerre, povertà e persecuzioni attraversano il deserto, finiscono nelle mani di trafficanti, milizie, apparati di sicurezza, centri ufficiali e prigioni informali. Vengono sequestrate, estorte, torturate, violentate, vendute, costrette a lavorare, uccise.

Khalifa Haftar Foto Mil.ru / Ministero della Difesa russo CC BY 4.0.

Le Nazioni Unite hanno descritto questo sistema come un modello di business violento. Non abusi occasionali, ma un’economia della violenza. I migranti sono corpi da cui estrarre denaro, lavoro, ricatto politico e rendita diplomatica. Servono alle milizie, ai trafficanti, ai funzionari corrotti, ma servono anche all’Europa, che da anni paga e legittima il sistema libico di contenimento delle partenze.

Così i migranti vengono usati due volte. Prima come ostaggi nelle rotte della frontiera: intercettati, riportati indietro, imprigionati. Poi come nemico interno, quando la crisi sociale va spiegata alla popolazione. A giugno, a Tripoli, manifestanti hanno bloccato la sede dell’UNHCR contro una presunta volontà dell’ONU di insediare migranti in Libia.

Una falsità, secondo le Nazioni Unite, ma una falsità politicamente utile: spostare la rabbia sociale verso chi non ha potere, invece che verso chi controlla armi, denaro e istituzioni.

È lo stesso meccanismo che conosciamo in Europa. La povertà non la produce il migrante. La producono guerra, disuguaglianza, corruzione, rendita, sfruttamento e politiche di frontiera. Ma il migrante resta il bersaglio più comodo, perché è ricattabile, invisibile, senza cittadinanza e senza protezione.

Anche le alleanze internazionali raccontano la vera posta in gioco. Tripoli si regge anche sul sostegno turco, decisivo dal 2020 con droni, accordi militari, intese marittime ed energia. L’Italia guarda alla Libia con la solita ossessione: gas, ENI, Mediterraneo, controllo delle partenze. L’Europa parla di stabilità e diritti, ma continua a considerare la Libia soprattutto come un muro esterno contro i migranti.

Dall’altra parte, Haftar è stato sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Mosca ha usato la Libia come piattaforma nel Mediterraneo e nel Sahel. Il Cairo vede in Haftar una garanzia autoritaria sul confine occidentale. Gli Emirati hanno sostenuto per anni l’uomo forte dell’est come argine militare e politico.

Ma anche qui gli schieramenti si muovono: Ankara ha aperto canali con la famiglia Haftar, Washington cerca di rientrare come arbitro, l’Italia non vuole essere tagliata fuori, la Russia non vuole perdere profondità strategica.

La Libia è un Paese formalmente sovrano, ma trattato come un tavolo di compensazione. Ognuno vuole qualcosa: petrolio, basi, contratti, controllo migratorio, influenza regionale, armi, porti, ricostruzione. Le elezioni diventano così una parola comoda, buona per i comunicati. Ma il problema è chi decide prima delle elezioni quali poteri resteranno intoccabili.

Per questo la domanda non è soltanto se si voterà entro febbraio 2027. La domanda è che cosa si voterà davvero. Un nuovo assetto democratico, o la ratifica di un accordo tra chi ha già in mano il Paese? Una possibilità per i libici, o una normalizzazione dei signori della guerra? La fine della transizione, o la sua trasformazione in regime stabile?

La roadmap libica arriva mentre l’ONU parla di progresso fragile, mentre gli Stati Uniti costruiscono il loro piano, mentre Haftar pesa ogni passo, mentre Tripoli prova a restare al centro, mentre i migranti vengono usati come bersaglio e merce, mentre la rendita petrolifera continua a essere la vera costituzione materiale del Paese.

In Libia, ancora una volta, la democrazia è sul calendario. La spartizione è già sul tavolo.

Abdul Hamid Dbeibah Foto European Union, 2024 / EC Audiovisual Service CC BY 4.0