Il futuro della destra Usa passa da Vance

Nell’intervista rilasciata ieri, giovedì 18 giugno, al New York Times, JD Vance non parla solo dell’accordo con l’Iran o del suo ritorno alla fede. Fa qualcosa di più interessante: mostra come potrebbe presentarsi la destra americana dopo Trump. Non meno feroce. Non più democratica. Solo più ordinata, più disciplinata, più capace di darsi una dottrina.

Trump ha spaccato la vecchia destra repubblicana. Ha ridicolizzato il conservatorismo da country club, ha mandato in crisi i neocon delle guerre infinite, ha umiliato i liberisti felici della globalizzazione, ha trasformato il partito in una macchina di risentimento, identità, vendetta e dominio personale. Vance arriva dopo questa distruzione e prova a farne un sistema.

La differenza è qui. Trump è l’istinto. Vance è il manuale d’uso.

Sull’Iran si capisce bene. Vance non è pacifista, e non bisogna farsi incantare. Non contesta il diritto degli Stati Uniti a bombardare, strangolare economicamente, imporre condizioni, decidere chi possa vivere sotto sanzioni e chi possa ricostruire. Contesta solo la guerra inefficiente. La guerra senza uscita. Il pantano. Il vecchio delirio americano di mandare centinaia di migliaia di soldati a rifare il mondo a propria immagine.

La sua formula è diversa: colpire, indebolire, negoziare. Distruggere prima, trattare poi. Se serve, usare la forza; se non serve più, venderla come pragmatismo. Non è una morale. È amministrazione razionale della violenza.

Anche su Israele affiora una possibile frattura. Vance non rompe con Israele, ovviamente. Ma dice una cosa che una parte della destra americana non avrebbe mai detto così apertamente: se gli interessi del sistema politico israeliano divergono da quelli del popolo americano, gli Stati Uniti devono scegliere l’America.

È America First applicato anche agli alleati. Non solidarietà con i palestinesi, non critica dell’occupazione, non antimilitarismo. Solo il freddo calcolo imperiale di chi non vuole più farsi trascinare da nessuno, nemmeno dagli alleati preferiti, se il conto lo pagano gli Stati Uniti.

Qui Vance può diventare qualcosa di diverso da Trump. Trump usa l’America First come gesto, slogan, minaccia, spettacolo. Vance prova a trasformarlo in dottrina geopolitica: meno guerre infinite, più pressione selettiva; meno fedeltà automatiche, più trattative da posizione di forza; meno esportazione della democrazia, più dominio contrattuale.

Poi c’è la fede. E qui bisogna essere seri: non perché la conversione di Vance meriti devozione, ma perché serve politicamente. La “morale” di cui parla è un’operazione di rivestimento. Dentro e fuori gli Stati Uniti, l’amministrazione Trump resta una macchina brutale. Deportazioni, repressione, guerra, sanzioni, ricatti economici, vite umane trattate come materiale negoziale. Altro che cristianesimo.

“U.S. President-elect Donald Trump and U.S. Vice President-elect JD Vance Participate in a Wreath-Laying Ceremony at the Tomb of the Unknown Soldier Ahead of The Presidential Inauguration” by Arlington National Cemetery is marked with Public Domain Mark 1.0.

Ma Vance capisce un problema reale: Trump spaventa anche una parte dell’America cristiana. Non i fanatici suprematisti, non gli esaltati della guerra culturale permanente. Ma quei settori conservatori che vogliono famiglia, ordine, lavoro, comunità, chiesa, stabilità. Gente che può votare Trump, ma non vuole ammettere di adorare solo la forza.

A loro Vance offre una lingua. Dice: non siamo solo vendetta, volgarità e crudeltà. Siamo famiglia, figli, classe media, salari, industria nazionale, comunità, fede. Quando gli chiedono cosa ci sia di cristiano nella Casa Bianca, non risponde con il Vangelo. Risponde con politica fiscale, lavoro, manifattura, credito d’imposta per i figli. La fede diventa programma elettorale. Il cristianesimo diventa il packaging sociale del trumpismo. La fede non come ritorno spirituale, ma come lavanderia morale per una destra che continua a produrre violenza.

Anche il suo presunto anti-liberismo va preso per quello che è. Vance non è contro il capitalismo americano. Sarebbe ridicolo pensarlo. È contro la sua versione globalista, cosmopolita, aziendalista, quella che ha arricchito le élite e lasciato marcire una parte della base sociale repubblicana. Non propone socialismo, redistribuzione o potere ai lavoratori. Propone un capitalismo nazionale, familiare, protezionista e disciplinare.

Il lavoratore, nella sua visione, non diventa soggetto politico autonomo. Diventa padre, madre, famiglia americana, comunità produttiva, nazione. Non classe contro capitale, ma popolo disciplinato dentro il capitale nazionale.

Questo è il punto. Vance non vuole archiviare Trump. Vuole renderlo ereditabile. Vuole prendere il caos trumpiano e dargli un ordine: una geopolitica meno isterica, una retorica sociale più credibile, una religione da campagna elettorale, un’economia nazional-conservatrice, una destra capace di parlare non solo agli ultras, ma anche a chi cerca una giustificazione morale per continuare a stare dentro quella brutalità.

Vance non parla al vuoto. Dietro di lui non c’è solo la benedizione, esplicita o implicita, di Trump. C’è una parte della Silicon Valley reazionaria, ci sono i think tank della nuova destra, ci sono i cattolici postliberali, c’è il nazional-conservatorismo, c’è una base popolare che non vuole tornare al vecchio Partito Repubblicano dei mercati liberi e delle guerre infinite, ma non cerca nemmeno emancipazione sociale. Cerca protezione, ordine, identità, vendetta, famiglia, nazione.

È questo che rende Vance pericoloso. Non perché sia l’opposto di Trump, ma perché può diventarne la forma successiva. Trump ha tenuto insieme tutto con il corpo del capo: il comizio, l’insulto, la minaccia, il culto personale. Vance prova a tenere insieme lo stesso blocco con un’ideologia più stabile: capitalismo nazionale, famiglia cristiana, guerra selettiva, Stato disciplinare, classe media come mito politico, America First come criterio assoluto.

Per questo il futuro della destra americana potrebbe non essere un trumpismo più moderato. Potrebbe essere un trumpismo meno dipendente da Trump. Meno carnevale e più apparato. Meno improvvisazione e più dottrina. Meno vecchia destra conservatrice e più nuova destra autoritaria, religiosa, tecnologica e nazionale.

Trump ha distrutto il vecchio contenitore repubblicano. Vance si candida a costruire quello nuovo.

Foto: Chad Davis, CC BY 4.0