Per evitare di morire soffocato, Jeffery Lee ha chiesto di essere fucilato. Non è una provocazione: è una richiesta formale, depositata in un tribunale federale degli Stati Uniti, e per capire come si arriva a tanto bisogna conoscere una delle regole più spietate del diritto americano.
Un condannato a morte che voglia contestare il metodo della propria esecuzione, sostenendo che è crudele, non può limitarsi a dimostrarlo: la giurisprudenza della Corte Suprema gli impone di proporre un’alternativa disponibile. Non basta dire “così mi torturate”. Bisogna dire come si preferisce essere uccisi.
Lee, 49 anni, da oltre venticinque nel braccio della morte dell’Alabama, doveva essere giustiziato giovedì alle 18 con l’ipossia da azoto: una maschera antigas allacciata al volto, azoto puro al posto dell’aria, fino al soffocamento.
Davanti alla giudice federale, i suoi avvocati hanno sostenuto che questo metodo viola l’Ottavo emendamento della Costituzione, che proibisce le pene “crudeli e inusuali”. E come alternativa hanno indicato il plotone d’esecuzione.
Lo Stato dell’Alabama ha risposto che organizzare un plotone sarebbe “impraticabile”.
La giudice Emily Marks ha dato ragione a Lee. Lo ha fatto al termine di un percorso che dice molto: a maggio aveva approvato il metodo, la Corte d’appello l’aveva costretta a riesaminare le prove, e martedì — dopo aver ascoltato esperti e testimoni — ha dichiarato l’azoto incostituzionale, in via permanente.
Chi muore così, ha scritto, soffre con ogni probabilità una “grave fame d’aria”, angoscia, stress fisiologico e dolore fisico prima che sopraggiunga l’asfissia. L’Alabama ha presentato ricorso d’urgenza alla Corte Suprema poche ore prima dell’esecuzione.
Giovedì sera la Corte ha detto no, sei voti a tre. Contrari Thomas, Alito e Gorsuch; ma tre degli altri giudici conservatori si sono rifiutati di salvare il metodo.

È un rovesciamento che pesa, perché fu la stessa Corte Suprema, nel 2024, ad autorizzare la prima esecuzione con azoto della storia: quella di Kenneth Smith, in Alabama, che secondo i testimoni si dibatté in convulsioni per minuti — altro che la morte rapida e indolore promessa dallo Stato.
Da allora le esecuzioni con l’azoto sono state otto, sette in Alabama e una in Louisiana. Ci sono voluti due anni e mezzo e otto soffocamenti perché un tribunale federale guardasse le prove da vicino.
Ma dentro questa storia ce n’è una seconda, forse peggiore. Jeffery Lee non doveva essere nel braccio della morte. Condannato per un duplice omicidio durante una rapina a un banco dei pegni nel 1998, fu giudicato da una giuria che votò per l’ergastolo.
Il giudice ribaltò il verdetto e lo condannò a morte, usando un potere — il judicial override — che l’Alabama stessa ha abolito nel 2017, riconoscendo che è sbagliato far decidere un giudice contro una giuria. Abolito, però, non retroattivamente: chi era già stato condannato così, resta condannato.
Lo Stato vuole dunque eseguire una sentenza emessa con una procedura che lo Stato stesso ha ripudiato. Lo ha fatto notare, con parole nette, l’ex presidente della Corte Suprema dell’Alabama, il conservatore Drayton Nabers: una giuria di cittadini dell’Alabama ha votato per la vita, e la governatrice dovrebbe commutare la pena in ergastolo per “fedeltà ai principi conservatori del rispetto per il sistema delle giurie e dello stato di diritto”.
La governatrice Kay Ivey la pensa diversamente. Si è detta “delusa” dalla Corte Suprema e ha confermato che l’esecuzione sarà riprogrammata. Perché questo è il punto che i titoli rischiano di nascondere: la Corte ha bloccato il metodo, non la condanna.
La stessa giudice Marks ha precisato che la sua ordinanza non tocca la capacità dello Stato di amministrare la pena capitale: restano disponibili l’iniezione letale e la sedia elettrica. Il procuratore generale Steve Marshall è stato ancora più esplicito: lo Stato è pronto “a fare tutto il necessario” perché la condanna venga eseguita.
Pochi minuti dopo la decisione della giudice, Lee ha parlato al telefono con una televisione americana dal carcere di Holman: “È come un sospiro di sollievo da un lato, ma devi mantenere la concentrazione e continuare a lottare”.
Ha vinto la battaglia sul come. Quella sul se — se uno Stato possa uccidere un uomo che una giuria voleva vivo, con un metodo qualsiasi purché legale — resta aperta. E l’Alabama ha già fatto sapere come intende chiuderla.



