L’osservatorio Business Scan 2026 di Sevendata fotografa un Paese spaccato in due: il Lazio maglia nera con il 17,5% di aziende esposte, il Sud sopra la media, ma la vera anomalia è la Lombardia. E il trend, se confermato, porta a oltre 700mila imprese a rischio entro il prossimo anno.
C’è un dato che le statistiche ufficiali su fallimenti e liquidazioni catturano sempre troppo tardi: la vulnerabilità prima che diventi crisi. Le procedure concorsuali fotografano le imprese quando sono già cadute; il rischio di insolvenza misura invece quelle che stanno ancora in piedi ma camminano sul bordo.
Ed è qui che il quadro italiano si fa interessante, e preoccupante: dopo anni in cui la liquidità pandemica, le moratorie e il credito garantito avevano artificialmente compresso la selezione di mercato, quel cuscinetto si è esaurito, mentre il costo del denaro resta elevato per le piccole imprese e la crescita ristagna.
Il risultato è una selezione differita che ora presenta il conto — e che non colpisce a caso, ma lungo linee territoriali e settoriali precise.
Sono 674mila le imprese italiane che, nell’arco dei prossimi dodici mesi, rischiano di non riuscire a far fronte ai propri impegni. Su 5.570.296 aziende attive nel Paese, l’incidenza del rischio insolvenza si attesta al 12,1%: più di una su otto.
È la fotografia scattata dall’osservatorio Business Scan 2026, l’analisi sviluppata da Sevendata, data company italiana che misura lo stato di salute del tessuto imprenditoriale attraverso un rating proprietario basato sull’intelligenza artificiale a reti neurali, incrociando bilanci, eventi pregiudizievoli, scoperti, profili del management e indicatori strutturali su base settoriale e territoriale. Il periodo osservato va da febbraio 2025 a febbraio 2026.
Un punto in più in dodici mesi. Il dato che pesa di più non è la fotografia, ma il film: su base annua la quota di imprese a rischio è cresciuta in media di un punto percentuale a livello nazionale. Tradotto in numeri assoluti, significa decine di migliaia di aziende che in un solo anno sono scivolate nella fascia di vulnerabilità.
Il report non si spinge a previsioni, ma la proiezione meccanica del trend è presto fatta: se il ritmo si confermasse, nel 2027 l’incidenza nazionale supererebbe il 13% e la platea delle imprese esposte sfonderebbe quota 720mila — su una base imprenditoriale che, peraltro, tende a contrarsi, il che amplifica l’incidenza relativa del fenomeno.
La geografia del rischio: il paradosso del Lazio. La mappa regionale ribalta più di un luogo comune. La regione più esposta non è al Sud: è il Lazio, con un’incidenza del 17,5%, quasi un’impresa su cinque — che applicata alla base imprenditoriale regionale significa, in via di stima, nell’ordine delle 80mila aziende a rischio concentrate in larga parte nell’area romana. Seguono Calabria (14,0%), Campania (13,8%), Sicilia (13,1%) e Abruzzo (13%).
Ma il dato più significativo per il sistema produttivo nazionale è un altro: la Lombardia, motore manifatturiero e finanziario del Paese, si colloca al 12,6%, sopra la media italiana. È l’unica grande regione del Nord in questa condizione, ed è un’anomalia che pesa: data la dimensione della base imprenditoriale lombarda — la più ampia d’Italia — anche in valore assoluto la regione esprime verosimilmente la quota più consistente di imprese a rischio del Paese.
Una vulnerabilità nel cuore produttivo nazionale che il report registra senza commentare, ma che suggerisce come il fenomeno non sia riducibile al tradizionale divario Nord-Sud: dove la densità d’impresa è massima, è massima anche l’esposizione alla selezione del mercato.

Completano la fascia sopra o in linea con la media Molise (12,2%), Umbria e Puglia (12,1%), seguite da Basilicata (11,8%), Liguria (11,4%), Sardegna (11,1%), Toscana (11%), Emilia-Romagna (10,5%) e Marche (10,1%).
Chi tiene: l’autonomia come scudo. All’estremo opposto della classifica, le regioni più solide sono il Trentino-Alto Adige (6,6%) e la Valle d’Aosta (7,5%), seguite da Piemonte (8,6%), Friuli-Venezia Giulia (8,7%) e Veneto (9%).
Salta all’occhio che tre delle cinque regioni più resilienti siano a statuto speciale: una correlazione che il report non esplicita ma che è difficile considerare casuale, e che rimanda a sistemi territoriali con maggiore capacità di accompagnamento del tessuto produttivo — credito agevolato, fiscalità di vantaggio, filiere corte tra istituzioni e imprese.
Se la lettura è corretta, la previsione che ne discende è scomoda: in assenza di interventi strutturali sull’accesso al credito per le piccole imprese, il divario tra territori “protetti” e territori esposti è destinato ad allargarsi, non a ridursi.
Il caso Veneto: solido in superficie, fragile nei fondamentali. In questo quadro il Veneto si presenta come una delle regioni meglio posizionate: 39.443 imprese a rischio su 438.261 attive, pari al 9%, tre punti sotto la media nazionale e con una crescita annua del fenomeno (+0,7 punti) inferiore a quella italiana. Ma la solidità è meno granitica di quanto sembri.
La demografia d’impresa regionale è in rosso: natalità al 5,3% contro una mortalità del 6,2%, con un saldo negativo di quasi un punto, e un tasso di sopravvivenza delle imprese nate nel 2024 sceso al 93,4% (era al 94,3% nel biennio precedente). Dentro i confini regionali, la provincia più esposta è Rovigo, con il 9,5% di imprese a rischio (2.179 su 22.936) e la contrazione più marcata della base imprenditoriale (-1,9%), seguita da Padova (9,3%), Vicenza (9,2%), Venezia (9,1%) e Verona (9%); le più solide sono Belluno (6,5%) — unica provincia con saldo imprese positivo (+0,9%) — e Treviso (8,4%).
Sul fronte settoriale, le incidenze di rischio più alte si registrano nelle attività estrattive in cava (28,1%), tra i fornitori di energia e gas (26,8%) e nell’immobiliare (15,5%); le più basse in agricoltura e pesca (2,5%) e nell’istruzione (4,4%). Il Veneto, insomma, regge meglio degli altri — ma i segnali strutturali raccontano un’erosione lenta che la buona posizione in classifica rischia di nascondere.
La selezione senza politica. Resta la domanda che il report, per sua natura, non pone: 674mila imprese a rischio sono un problema o un processo? Una quota di mortalità d’impresa è fisiologica in ogni economia di mercato — anzi, è il meccanismo con cui le risorse si spostano verso usi più produttivi. Ma la selezione è virtuosa solo se chi esce viene sostituito: e i numeri dicono il contrario, con più chiusure che aperture e tassi di sopravvivenza in calo anche tra le imprese appena nate.
Non è distruzione creatrice, è erosione netta. La differenza tra i due scenari la fanno tre variabili che varrà la pena monitorare nei prossimi dodici mesi: l’accesso al credito per le micro e piccole imprese, che restano le più esposte alle strette; la capacità dei territori più fragili — a partire da quello laziale, dove il rischio si concentra senza il paracadute di un tessuto manifatturiero solido — di trattenere le attività che chiudono prima che diventino sommerso o desertificazione commerciale; e la tenuta dei settori energivori e dell’immobiliare, dove le incidenze di rischio sono già oggi multiple della media.
Se queste tre leve non si muovono, la proiezione meccanica del +1 punto l’anno smetterà di essere un esercizio aritmetico e diventerà una cronaca annunciata.



