La guerra dimenticata tra Pakistan e Afghanistan

Il Pakistan cerca un ruolo da mediatore nelle crisi internazionali, ma alla propria frontiera resta dentro una guerra aperta con l’Afghanistan. Da fine febbraio gli scontri tra Islamabad e Kabul sono diventati regolari, nonostante i tentativi di mediazione della Cina e un round di colloqui ospitato il mese scorso a Urumqi.

Il governo pakistano accusa l’Afghanistan dei Taliban di non fermare il Tehreek-e-Taliban Pakistan, il gruppo responsabile di gran parte degli attacchi avvenuti negli ultimi anni sul territorio pakistano. Kabul respinge le accuse: ammette legami ideologici tra alcuni militanti afghani e il TTP, ma sostiene di non controllarne la leadership e nega di ospitare o favorire il gruppo.

Intanto la guerra produce vittime civili. Secondo la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, almeno 372 civili afghani sono stati uccisi e quasi 400 feriti nei primi tre mesi del conflitto. Gli scontri si concentrano soprattutto lungo il confine di circa 1.600 miglia tra i due Paesi, ma gli attacchi hanno colpito anche città e infrastrutture interne all’Afghanistan.

L’episodio più grave è avvenuto a metà marzo a Kabul. Un attacco pakistano ha colpito un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, uccidendo almeno 269 persone e ferendone 172, secondo i dati Onu citati dal New York Times. È il tipo di notizia che scompare rapidamente dal radar internazionale: non abbastanza grande da cambiare gli equilibri globali, abbastanza devastante da cancellare centinaia di vite.

Il conflitto non passa solo dai bombardamenti. Passa anche dalla frontiera. Islamabad ha risposto agli attacchi chiudendo i valichi e accelerando le espulsioni di afghani dal Pakistan. Al Torkham border crossing, uno dei punti più importanti tra i due Paesi, un mercato è stato incendiato dopo un raid pakistano di marzo. Un vicino centro di transito per afghani rientrati dal Pakistan è rimasto vuoto per settimane dopo essere stato danneggiato dai bombardamenti.

La chiusura dei confini colpisce direttamente l’economia afghana. L’Afghanistan dipende dal Pakistan per una parte rilevante delle esportazioni agricole e per l’importazione di generi alimentari, materiali da costruzione e forniture mediche. Quando il confine si chiude, non si fermano solo i camion: si fermano merci, medicine, redditi, mercati, cure.

A Kabul i farmacisti segnalano carenze di medicinali per diabete e altre malattie. Il governo talebano ha chiesto alle aziende farmaceutiche nazionali di aumentare la produzione e ha cercato aiuto da Russia e India per compensare il vuoto.

foto di Kai Hendry con licenza CC BY 2.0

Ma l’Afghanistan resta un Paese senza sbocco al mare: ogni crisi di frontiera diventa rapidamente una crisi di approvvigionamento.

È qui che la guerra assume la sua forma più concreta. Un attacco militare fa morti immediati. Un confine chiuso fa danni più lenti: farmaci che non arrivano, prezzi che salgono, esportazioni agricole ferme, mercati svuotati, famiglie senza reddito, profughi costretti a rientrare in un Paese già poverissimo.

La posizione americana pesa sul quadro. Washington ha riconosciuto al Pakistan il diritto di difendersi, una formula che Kabul interpreta come un via libera alle operazioni pakistane. La Cina ha provato a mediare, sfruttando i propri rapporti con entrambi i Paesi, ma i colloqui non hanno prodotto una svolta. La diffidenza resta totale: Islamabad chiede impegni scritti contro il TTP, Kabul rifiuta di assumersi la responsabilità di tutti gli attacchi avvenuti in Pakistan.

Nessuna delle due parti sembra pronta a cedere. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha detto il 19 maggio che la campagna continuerà “con piena determinazione”. Da parte afghana, i funzionari talebani sostengono che il Pakistan voglia indebolire o rovesciare il loro governo. In mezzo ci sono i civili.

Il paradosso è evidente. Il Pakistan si muove sulla scena internazionale come potenza diplomatica regionale, ma al confine con l’Afghanistan usa raid, chiusure e deportazioni. L’Afghanistan, governato dai Taliban e isolato da gran parte della comunità internazionale, non ha strumenti forti per difendere la propria economia e la propria popolazione.

La guerra tra Pakistan e Afghanistan resta così in una zona grigia: abbastanza intensa da uccidere centinaia di civili, non abbastanza centrale da occupare stabilmente l’agenda mondiale. Eppure i numeri sono pesanti: 372 civili uccisi, quasi 400 feriti, un centro di riabilitazione colpito con 269 morti, valichi chiusi, medicinali carenti, rifugiati espulsi.

Non è solo una guerra di sicurezza. È una guerra di frontiera. E quando una frontiera si chiude, a pagare non sono i governi che si accusano a vicenda. Sono i malati senza farmaci, i commercianti senza merci, gli agricoltori senza sbocchi, i profughi rimandati indietro, le famiglie che vivono già sull’orlo della sopravvivenza.

By Hogweard – BlankMap-World6, compact.svgPakistan Afghanistan Locator.svg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=113587873