L’Italia che non conviene ai laureati

Ancora oggi laurearsi conviene, ci dice l’Istat nel Rapporto annuale 2026. In Italia chi ha un titolo terziario lavora di più, rischia meno la povertà e ha aspettative di vita migliori rispetto a chi si ferma al diploma o alla licenza media. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione dei laureati è nettamente superiore a quello dei diplomati e di chi possiede solo un basso titolo di studio. Anche l’esposizione alla povertà assoluta diminuisce in modo rilevante al crescere del livello di istruzione.

Il problema è che in Italia la laurea continua a produrre benefici, ma dentro un sistema che ne limita il rendimento sociale ed economico. I giovani laureati sono pochi rispetto alla media europea, trovano meno lavoro dei coetanei laureati degli altri Paesi Ue e, quando hanno competenze elevate, spesso cercano all’estero condizioni migliori.

Il primo dato riguarda la diffusione dell’istruzione terziaria. Nella fascia 25-34 anni, l’Italia è al 31,6% di laureati, contro il 44,1% della media Ue. Il confronto con gli altri grandi Paesi europei è sfavorevole: la Germania è al 40%, la Francia supera il 50%, la Spagna ha una quota di giovani laureati molto più alta di quella italiana.

La Germania è un caso particolare, perché ha un sistema di formazione tecnica e professionale più strutturato, che riduce la centralità dell’università come unico canale di qualificazione. Nonostante questo, anche lì la quota di 25-34enni con titolo terziario è salita dal 33% del 2019 al 40% del 2024. L’Italia resta sotto anche rispetto a un Paese che non fonda tutto il proprio modello educativo sulla laurea.

Il secondo dato riguarda il lavoro. La laurea aumenta le probabilità di occupazione, ma il rendimento occupazionale italiano resta inferiore al confronto europeo. In altri termini: il titolo serve, ma serve meno che altrove. Questo è il punto più critico, perché l’Italia non ha soltanto pochi laureati; ha anche un mercato del lavoro che fatica ad assorbirli in modo adeguato.

Qui entra il linguaggio di Confindustria. Nei documenti sul futuro produttivo, l’associazione degli industriali indica il capitale umano come una delle condizioni decisive per affrontare transizione tecnologica, intelligenza artificiale, demografia e competitività. Il documento “11,2 obiettivi per un futuro ancora da scrivere” mette al centro il rapporto tra formazione, lavoro, migrazioni e produttività.

La valutazione è comprensibile: più istruzione significa più competenze disponibili per il sistema produttivo. Ma proprio adottando questo criterio, il caso italiano appare debole. Se il capitale umano è una risorsa strategica, l’Italia ne forma poco, lo utilizza in modo incompleto e ne perde una parte significativa verso l’estero.

Foto Leon petrosyan CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons

Nel 2024, tra i giovani italiani di 25-34 anni con almeno la laurea, gli espatri sono stati circa 25 mila, contro poco più di 4 mila rimpatri. Il saldo netto è negativo per circa 21 mila giovani altamente istruiti. Non è un dettaglio demografico: è una perdita di competenze formate in Italia e poi impiegate altrove.

Le ragioni indicate dall’Istat sono coerenti con questo quadro: chi lascia il Paese lo fa soprattutto per maggiori opportunità di un impiego adeguato e per retribuzioni migliori. Il punto, quindi, non è soltanto la “fuga dei cervelli”, formula ormai consumata. Il punto è il differenziale tra formazione ricevuta e condizioni offerte dal mercato del lavoro nazionale.

Anche il confronto sociale è rilevante. Secondo l’Ocse, in Italia il 63% dei giovani tra 25 e 34 anni con almeno un genitore laureato ottiene a sua volta un titolo terziario; tra chi ha genitori che non hanno completato la scuola secondaria superiore, la quota scende al 15%. Il livello di istruzione della famiglia resta quindi un fattore molto forte nella probabilità di arrivare alla laurea.

Questo dato ridimensiona una lettura puramente meritocratica. Se la laurea protegge dal rischio di povertà e aumenta le possibilità di lavoro, ma l’accesso alla laurea dipende ancora molto dalla famiglia di origine, allora il problema non riguarda solo l’università. Riguarda scuola, redditi familiari, borse di studio, affitti, trasporti, divari territoriali e qualità degli apprendimenti.

Ci sono anche segnali positivi. Gli abbandoni scolastici precoci sono diminuiti e il numero dei Neet si è ridotto rispetto al decennio scorso. Tuttavia, restano forti fragilità nelle competenze di base, soprattutto tra gli studenti provenienti da famiglie in difficoltà o con background migratorio. È un elemento decisivo: il ritardo universitario italiano comincia prima dell’università.

Il quadro, quindi, è questo: la laurea continua a essere un vantaggio individuale, ma l’Italia non riesce ancora a trasformarla in un vantaggio collettivo pieno. Ha meno giovani laureati della media europea, li occupa peggio dei principali partner, ne perde migliaia verso l’estero e lascia che l’accesso al titolo dipenda troppo dal punto di partenza familiare.

Se il capitale umano è davvero una priorità, non basta invocarlo nei documenti industriali. Servono condizioni concrete: più accesso all’università, sostegno agli studenti senza famiglie forti alle spalle, salari coerenti con le competenze, carriere meno bloccate, investimenti nella ricerca e nella formazione tecnica.

La laurea conviene ancora. Ma in Italia conviene meno di quanto dovrebbe, e soprattutto non conviene allo stesso modo per tutti.

Foto DariaRomanova
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