Il 16 marzo la guerra tra Pakistan e Afghanistan ha colpito un ospedale per tossicodipendenti. Non una base militare, non un comando, non un deposito d’armi dichiarato. Un ospedale. L’Omid Drug Rehabilitation Hospital, a Kabul, una struttura per il trattamento delle persone dipendenti da droghe. Dentro c’erano pazienti, quasi tutti uomini. Persone già ai margini, spesso cancellate dalla vita pubblica prima ancora che dalla guerra.
Secondo la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, UNAMA, quella sera intorno alle 20.50 tre raid aerei delle forze militari pakistane hanno colpito la struttura, nel distretto PD9 della capitale afghana. L’attacco è arrivato alla fine della preghiera serale del tarawih, quando molti pazienti stavano uscendo dalla moschea interna.
Il primo raid ha colpito l’area della moschea e dei dormitori, il secondo una zona di stoccaggio alimentare e altri spazi per dormire, il terzo gli edifici dell’area di formazione professionale, in gran parte costruiti in legno, provocando un grande incendio.
Il bilancio verificato da UNAMA è di almeno 269 morti e 122 feriti nel solo ospedale. Tutti gli uccisi erano uomini; tra i feriti è indicata anche una donna. La grande maggioranza delle vittime erano pazienti della struttura. Le cause principali di morte e ferimento sono state schegge e ustioni.
Il numero reale potrebbe essere più alto. UNAMA scrive che non si conosce con certezza quanti pazienti fossero presenti nell’ospedale al momento dell’attacco, anche perché i registri sarebbero stati distrutti dai bombardamenti. Diversi corpi non sono stati identificati per la gravità delle ferite o perché ridotti in parti smembrate.
La missione ONU dice di aver visto fotografie di vittime completamente irriconoscibili per le ustioni. Alcune famiglie, dopo l’attacco, non sapevano ancora dove fossero i propri parenti.
È questo il centro della notizia: in una guerra raccontata come conflitto di confine, lotta al terrorismo, scontro tra apparati militari, il massacro più grande documentato nel trimestre colpisce un ospedale per tossicodipendenti.
Uomini poveri, malati, dipendenti, ricoverati in una struttura sanitaria. Persone che non hanno potere politico, non hanno voce internazionale, non hanno immagini pubbliche da difendere. La guerra li trova dove erano già stati messi: fuori dalla società.
Tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2026, UNAMA ha documentato in Afghanistan 372 civili uccisi e 397 feriti a causa della violenza armata transfrontaliera tra le forze de facto afghane e le forze militari pakistane. La maggior parte delle vittime è stata registrata dopo l’avvio dell’operazione pakistana Ghazab lil-Haq, annunciata il 26 febbraio. Oltre la metà delle vittime civili del periodo è attribuita proprio ai raid del 16 marzo sull’ospedale Omid.
La distribuzione delle vittime dice molto. Nel trimestre, tra morti e feriti, UNAMA registra 72 donne, 554 uomini, 48 ragazze e 95 ragazzi. Prima del bombardamento dell’Omid Hospital, donne e minori costituivano oltre la metà delle vittime civili. Dopo quell’attacco, il quadro cambia perché l’ospedale ospitava solo uomini.
Anche la geografia è netta: Kabul concentra il 55% delle vittime civili documentate, seguita da Kunar e Paktika. Le modalità sono altrettanto chiare: i raid aerei sono la causa principale, responsabili del 64% delle vittime; il resto deriva soprattutto da fuoco indiretto transfrontaliero, mortai e artiglieria. UNAMA ha documentato 95 incidenti, 94 attribuiti alle forze pakistane e uno alle forze de facto afghane.
Il Pakistan nega. Nella risposta scritta allegata al rapporto, l’ambasciata pakistana a Kabul sostiene che le azioni del 16 marzo erano dirette esclusivamente contro infrastrutture terroristiche e militari: depositi di droni, supporto tecnico, munizioni. Afferma che nessun ospedale, centro di riabilitazione o struttura civile è stato preso di mira.

UNAMA, però, dice di essere andata sul posto. Ha visitato l’ospedale, ha osservato gli effetti dei raid, ha parlato con vittime ricoverate negli ospedali di Kabul, sopravvissuti trasferiti altrove, familiari di morti e dispersi, operatori sanitari, primi soccorritori e personale dell’obitorio.
Il rapporto racconta anche ciò che succede dopo un massacro quando i morti sono troppi e i corpi non hanno più un volto. Il Dipartimento medico legale di Kabul ha allestito uno spazio in cui venivano proiettate fotografie dei corpi non identificati, perché i familiari potessero riconoscerli.
Le autorità de facto hanno organizzato due funerali collettivi, il 18 e il 26 marzo. Secondo quanto riferito a UNAMA, circa cinquanta corpi sono stati sepolti in ciascuna delle due cerimonie.
La guerra non si è fermata lì. Il rapporto descrive anche il caso di una lavoratrice di una Ong uccisa il 19 marzo nella provincia di Nuristan, mentre cercava di tornare a casa con il marito e i tre figli durante la pausa annunciata per l’Eid.
Il veicolo su cui viaggiava sarebbe stato colpito da fuoco pakistano. La famiglia è scesa e ha cercato di attraversare un fiume per mettersi al sicuro. La donna è stata colpita al fianco destro, è caduta in acqua ed è annegata insieme al figlio di tre anni.
Ci sono poi le famiglie cancellate in casa. UNAMA riporta la testimonianza di un uomo che ha perso 14 parenti in un raid aereo nella provincia di Paktika, mentre la famiglia si era rifugiata in una stanza sotterranea durante le ore del suhoor, prima dell’alba nel mese di Ramadan. I resti dei familiari, racconta, sono stati raccolti in sacchi.
Nel linguaggio diplomatico tutto questo diventa “vittime civili transfrontaliere”. È una formula precisa, ma troppo pulita. Dentro ci sono pazienti bruciati in un centro di riabilitazione, bambini uccisi mentre fuggono, villaggi svuotati, famiglie che cercano i corpi su uno schermo, uomini poveri morti in un ospedale che avrebbe dovuto curarli.
La guerra tra Afghanistan e Pakistan viene raccontata come sicurezza regionale: il Pakistan accusa il territorio afghano di ospitare gruppi armati; le autorità talebane denunciano violazioni e attacchi contro civili. Ma sotto questa disputa, a pagare sono ancora una volta quelli che non decidono niente. Pazienti, famiglie, bambini, operatori locali, abitanti delle province di confine.
UNAMA raccomanda al Pakistan di rispettare distinzione, proporzionalità e precauzione negli attacchi, di rivedere le procedure di verifica degli obiettivi e di indagare sulle violazioni del diritto internazionale umanitario. Alle autorità de facto afghane chiede di evitare l’uso di aree civili per operazioni militari, di assistere i civili colpiti e di creare un meccanismo per le famiglie dei dispersi dell’Omid Hospital.
Ma nessuna raccomandazione restituisce un ospedale. Nessuna formula diplomatica restituisce i corpi non identificati, i registri bruciati, i pazienti scomparsi. L’Omid Hospital era un luogo per uomini già considerati perduti. Dopo il raid, anche la loro morte rischia di essere archiviata come danno collaterale.
La guerra mostra come sempre il suo ordine sociale. Colpisce tutti, ma non allo stesso modo. I più poveri muoiono anche quando non sono il bersaglio dichiarato. Muoiono nei dormitori, negli ospedali, nelle case di fango, sulle strade di confine, nei fiumi attraversati per scappare. Muoiono senza che il mondo impari i loro nomi.
A Kabul, il 16 marzo, la guerra ha fatto a pezzi un ospedale per tossicodipendenti. E con esso ha ricordato una cosa semplice: nelle guerre contemporanee, le vite già invisibili sono le prime a sparire anche dal conto dei vivi.



