Bologna, firme contro il villaggio per senzatetto

A Bologna c’è un quartiere che si mobilita contro dieci casette per persone senza dimora. Non un grande centro di accoglienza, non un dormitorio da centinaia di posti, non una tendopoli. Un piccolo villaggio, con moduli abitativi, servizi, presidio educativo, pensato per chi oggi dorme in strada.

Dovrebbe essere intitolato a Giovanni Tamburi, il ragazzo di sedici anni morto nella notte di Capodanno a Crans-Montana. Ma al Lazzaretto, dove il Comune ha individuato una possibile area in via Terracini, residenti e commercianti hanno iniziato a raccogliere firme per fermarlo.

La motivazione è quella consueta: sicurezza, degrado, disagi. Il vocabolario è sempre lo stesso, e funziona proprio perché sembra neutro. Nessuno dice apertamente che i poveri non li vuole vicino casa. Si dice che la zona è già fragile, che mancano servizi, che ci sono furti, bivacchi, problemi di ordine pubblico.

Si dice che non è il posto giusto. Quasi mai si dice quale sarebbe, allora, il posto giusto. Il povero, finché resta concetto, può commuovere. Quando diventa presenza concreta, corpo, cane, borsa, coperta, bisogno, allora diventa un problema urbano.

La raccolta firme è stata sostenuta politicamente anche dalla Lega. Il capogruppo in Comune, Matteo Di Benedetto, ha chiesto di sospendere il progetto e di ascoltare i cittadini. La parola chiave è “partecipazione”. Arriva quando una struttura destinata agli ultimi si avvicina alle case dei penultimi, ai negozi, ai parcheggi, ai valori immobiliari, alle abitudini.

Il punto non è secondario: ogni intervento pubblico andrebbe spiegato, discusso, accompagnato. Ma la partecipazione usata solo per bloccare ciò che riguarda i poveri diventa un’altra cosa. Diventa una barriera elegante.

Il progetto nasce da Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni. Dopo la morte del figlio, la famiglia ha scoperto qualcosa che Giovanni non aveva raccontato. Aiutava alcune persone senza dimora di Bologna, portava loro cibo, lo faceva senza mettersi in mostra.

Un gesto piccolo, quotidiano, non una campagna di beneficenza. Da lì il padre ha deciso di provare a trasformare quella traccia lasciata dal figlio in qualcosa di stabile: un luogo dove chi vive in strada possa avere non solo un letto, ma una forma minima di casa.

L’idea iniziale era quella di un dormitorio. Poi è diventata un villaggio di casette. Moduli abitativi in legno, piccoli spazi autonomi, bagno, angolo cucina, possibilità di accogliere anche gli animali.

Un dettaglio decisivo, perché molte persone senza dimora non entrano nei dormitori proprio perché dovrebbero separarsi dal proprio cane. Chi vive fuori sa che un animale non è un accessorio. È compagnia, difesa, legame, spesso l’ultimo rapporto stabile rimasto.

Il villaggio non sarebbe lasciato a sé stesso. Nelle ipotesi circolate, dovrebbe esserci un presidio educativo, con operatori, psicologi, persone in grado di accompagnare gli ospiti. Non quindi un parcheggio umano, ma un tentativo di accoglienza governata. Il Comune di Bologna ha accolto la proposta e l’ha discussa con Tamburi.

L’assessora Matilde Madrid ha confermato che il progetto andrà avanti, pur valutando anche aree alternative a via Terracini. Questo significa che la protesta ha già prodotto un effetto: non ha cancellato l’idea, ma ha rimesso in movimento la geografia dell’accoglienza. Ancora una volta, il problema diventa dove mettere i poveri.

Bologna, intanto, i poveri li ha già. Non arrivano con il villaggio. Non compaiono perché qualcuno costruisce dieci casette. Vivono sotto i portici, nelle stazioni, negli angoli meno illuminati, negli interstizi che la città finge di non vedere.

Secondo la rilevazione Istat-fio.PSD di gennaio 2026, nel Comune sono state contate quasi seicento persone senza dimora, una parte nelle strutture, una parte direttamente in strada o in sistemazioni di fortuna. Sono numeri parziali per definizione, perché la povertà estrema sfugge sempre alle tabelle. Ma bastano a dire che il problema esiste già. Il villaggio non lo crea. Al massimo lo rende visibile.

Ed è forse questo il punto più difficile da accettare. Una persona che dorme in strada può essere ignorata. Una struttura costruita per accoglierla, invece, obbliga a riconoscerla. Le dà un indirizzo, un nome, un perimetro. La sottrae al buio e la mette dentro la mappa della città. A quel punto la povertà smette di essere emergenza generica e diventa vicinato. Ed è lì che scatta il rifiuto.

La storia di Giovanni Tamburi aggiunge una ferita a questa vicenda. Il ragazzo è morto a sedici anni nella strage di Capodanno a Crans-Montana. Una tragedia improvvisa, brutale, che ha portato il suo nome sulle pagine dei giornali. Solo dopo, però, è venuto fuori l’altro pezzo della sua vita: quel rapporto silenzioso con chi stava in strada.

Il progetto del padre nasce da qui, non da un’operazione simbolica calata dall’alto. Nasce dal tentativo di dare continuità a un gesto che Giovanni faceva senza chiedere consenso.

Ora quel gesto incontra le firme contrarie dei “cittadini”. È una scena ordinaria, quasi banale, e proprio per questo feroce. Da una parte un padre che prova a trasformare il lutto in riparo per altri. Dall’altra un pezzo di città che dice no, non qui.

In mezzo ci sono le persone senza dimora, ancora una volta nominate più come rischio che come esseri umani. Non parlano, non compaiono, non decidono. Sono il tema del dibattito, ma restano fuori dalla stanza.

Non serve idealizzare il progetto. Bisogna sapere chi lo gestirà, con quali fondi, con quali criteri di accesso, con quali garanzie per gli ospiti e per il quartiere. Bisogna pretendere atti, trasparenza, responsabilità. Ma un conto è chiedere come funzionerà un luogo di accoglienza. Un altro è mobilitarsi perché non nasca. La differenza è tutta qui.

Il villaggio per Giovanni Tamburi non risolverà la povertà a Bologna. Dieci casette non bastano contro anni di salari bassi, affitti impossibili, solitudini, dipendenze, malattie, espulsioni dal lavoro e dalla famiglia.

Però possono dire una cosa semplice: che una città non si misura solo da ciò che costruisce per chi può pagare, ma anche da ciò che riesce a mettere in piedi per chi non ha più niente.

Al Lazzaretto, per ora, una parte della città ha scelto di difendersi da questa possibilità. Non dalla povertà in astratto. Dai poveri quelli veri, in carne e ossa. Quelli che potrebbero abitare a pochi metri. Quelli che costringono tutti a gettare la maschera dell’ipocrisia e smettere di parlare di solidarietà in astratto.

Una parola per cui sembra non esserci più posto nella società italiana, anche nella “progressista” Bologna.e a decidere se farle spazio.

Giovanni Tamburi, 16 enne vittima dell’incendio Crans-Montana-© Creative Commons