Giornali clandestini della Resistenza in mostra

La mostra itinerante “Giornali clandestini della Resistenza dall’8 settembre del ‘43 al 25 aprile del ’45”, prosegue fino al 16 maggio 2026, presso la Casa della Memoria e della Storia, a cura della Fiap – Federazione Italiana Associazioni Partigiane, ed espone le prime pagine di alcuni tra i tanti giornali clandestini di opposizione al nazifascimo. La mostra è stata proposta per l’81° anniversario della Liberazione e l’80° dalla nascita della Costituente e si sviluppa insieme al Museo della Resistenza di via Tasso, che in una delle celle della prigione adibite a luogo di reclusione e tortura degli antifascisti catturati, ospita un’esposizione permanente di questi importanti documenti.

Il numero dei giornali clandestini è incredibilmente alto, nonostante le difficili condizioni in cui venivano scritti, pubblicati e distribuiti, azioni per le quali si rischiava la vita. Per non parlare di quegli oggetti imprescindibili e molto ingombranti che erano le “macchine a stampa a pedale”, una delle quali era esposta l’anno scorso a Casa Cervi, la casa colonica dove abitava la famiglia Cervi, ora casa-museo, nel Comune di Gattatico, località Campi Rossi. Chiamata quasi affettuosamente “la pedalina”, in quei tempi bui era accuratamente nascosta in una delle case dei coloni della zona, che silenziosamente sostenevano l’antifascismo.

Osservando i giornali esposti nella Casa della Memoria e della Storia, viene da chiedersi il motivo di quell’esigenza di raccontare, comunicare, condividere il più possibile attraverso la ppagina scritta, quello che stava succedendo durante quei venti mesi drammatici, in un’Italia divisa tra Nord e Sud, la prima assoggettata al regime della repubblica saloina, a fianco del nazifascismo mentre la seconda, con il re e Badoglio, aveva visto sbarcare e avanzare le forze alleate.

Il linguaggio era diretto, completamente diverso da quello al quale ci si era abituati, dopo anni di giornali e bollettini radiofonici allineati alle agenzie stampa di regime.

Le diverse posizioni dell’antifascismo sono rappresentate, a conferma della complessità di quel movimento definito Resistenza, dal quale nascerà la nostra Costituzione. Oltre la lotta per l’antifascismo, si riscontra su tutte le pagine l’insopprimibile desiderio di costruire un nuovo modo democratico di vivere insieme e il pensiero va a coloro che scrivevano quegli articoli in cui, oltre il racconto di quello che succedeva, si parlava del mondo nuovo che non c’era ancora ma che si voleva lontano il più possibile dalla dittatura, attraverso la democrazia.

Tutto questo mentre continuava sempre più violenta l’oppressione del nazifascismo, si susseguivano le stragi, non c’era pietà per i renitenti alla leva della repubblica di Salò e per i partigiani. Eppure, insieme alla testimonianza di un tempo tragico in cui vivere era difficile, ci si interrogava, si proponeva, si rifletteva su quel mondo che doveva venire. Si ritrova in quei giornali, nonostante le comunicazioni difficilissime, un comune sentire, dai giornali della destra liberale per arrivare a quelli cattolici fino a quelli della sinistra socialista e comunista.

Le “grandi sorti progressive” del fascismo avevano lasciato un paese con un alto tasso di analfabetismo, quindi non erano molti quelli in grado di scrivere gli articoli che oggi possiamo leggere. Viene in mente la giovane generazione che aveva studiato durante il ventennio e che pure, nonostante la mancanza totale di dissenso e la martellante manipolazione dell’informazione attraverso radio, cinema, giornali, riviste, manifestazioni artistiche, aveva maturato una distanza dal clima di violenza che sembrava avvolgersi sempre più rapidamente in una spiraleche sprofondava sempre più in un orrore senza fine: dall’occupazione dell’Etiopia, alla guerra di Spagna, alle legge razziali.

In realtà il fascismo è nato subito violento: solo un opportunistico confronto con il nazismo, che sarebbe arrivato più tardi, poteva proporre l’immagine del “bravo italiano” rispetto al “cattivo tedesco“, parafrando il titolo di un celebre libro dello storico Filppo Focardi. Dopo l’armistizio, quella violenza che non si era voluta vedere ma che aveva causato stragi in Italia e nei territori dell’impero, oltre a costruire un clima soffocante nel paese, si svela senza più alcuno schermo, arrivando ad affiancare, sostenere e a volte superare, nella crudeltà, quella nazista.

La reazione dopo l’armistizio viene raccontata dal giornale “Il lavoro – giornale dei sindacati italiani” dell’11 settembre 1943 che pubblica l’appello del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) per la resistenza contro gli occupanti nazisti e la rinascita fascista, scritto appena due giorni prima, il 9 settembre ’43. Colpisce il sottotitolo, tutt’altro che scontato, che fa riferimento ai sindacati, aboliti durante il ventennio, insieme alla tutela dei lavoratori, al diritto allo sciopero anche se già nel marzo del ’43 e poi l’anno successivo, sarebbero ripresi coraggiosamente e che i lavoratori avrebbero duramente pagato con le deportazioni, a sottolineare la divisione ormai non più recuperabile tra il mondo del lavoro e il regime.

Ma dopo venti anni di dittatura, sono fitti e intensi gli argomenti di cui occorre e si può parlare, agli albori di una nuova democrazia che non esisteva ancora: la voce delle donne che hanno partecipato alla Resistenza, il ruolo che avranno nella società futura perché non si può più tornare indietro, per rispettare quelle regole millenarie che le avevano viste solo come madri e spose e che il fascismo aveva riproposto attraverso misure che scoraggiavano il lavoro e l’autonomia mentre sosteneva l’incremento delle nascite: Si poneva la questione di non accontentarsi della democrazia portata dai paesi liberatori ma trovarne le radici per essere costruita nella società italiana.

Leggendo quelle pagine si sente il rifiuto di un passato soffocante e la capacità di intraprendere nuove strade come, ad esempio, superare la sfiducia nella politica dopo anni di corruzioni per tornare a partecipare alla vita collettiva, proporre il dibattito su quale forma avrebbe dovuto avere il nuovo paese, tra Monarchia e Repubblica, cominciare a pensare ad un’Europa federale e stabile per scongiurare il pericolo di ulteriori guerre. Argomenti che sarebbe stati dibattuti con l’inizio della pace e che fanno parte del nostro presente. Una lettura di storia e di giornalismo imperdibile.

Alla Presidente della Fiap Roma e Lazio e Vice Presidente Nazionale Bianca Cimiotta Lami abbiamo posto alcune domande.

Come è nata la raccolta di giornali che è poi diventata una Mostra itinerante, oggi è esposta presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma?

I giornali che fanno parte dell’esposizione fanno parte di una raccolta molto più ampia, dovuta grazie alla felice intuizione di Aldo Aniasi, il partigiano Iso, poi politico della Repubblica Italiana e sindaco di Milano dal 1967 al 1976. E’ stato nel 1975, per il 50° anniversario della Festa della Liberazione, che Aniasi volle raccogliere le copie dei giornali che erano l’espressione di quell’ampio arco politico dell’antifascismo che fece la Resistenza italiana.

Qual è il motivo per riproporre le testate che fanno parte della stampa clandestina in Italia?

Queste pagine sono una rappresentazione straordinaria di quanto è accaduto tra il 1943 e il 1945. Ma da una raccolta di documenti possono essere ritrovati alcuni elementi validi ancora oggi, per capire e approfondire il presente, per continuare a dare suggerimenti per questi complessi momenti che stiamo vivendo. Per questo riusciamo a leggere questa raccolta di giornali senza retorica, comprendendo meglio quelle voci, valide ancora oggi.

E’ possibile raccontare i giovani di allora (erano tutti così giovani, i partigiani) e quelli di oggi?

Sono momenti completamente diversi. Ma oggi come ieri è importante la scelta che si compie: ieri la scelta è stata quella della democrazia, oggi si presenta una situazione diversa: di continuare a scegliere di “…guadagnarci libertà e dignità, due cose di cui nessuno potrà farci dono…” Queste sono parole scritte il 15 luglio 1944 su Il Partigiano, giornale delle brigate d’assalto Matteotti. Certamente parole che arrivano anche ai giovani di oggi.

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