Povertà educativa, ai minori mancano diritti e servizi

La povertà educativa non è un problema che riguarda soltanto la scuola, e non coincide neppure con la sola povertà economica. È qualcosa di più profondo: è il modo in cui le disuguaglianze entrano nella vita dei bambini e degli adolescenti fin dall’infanzia, restringendo l’accesso alla cultura, ai servizi, alle relazioni, agli spazi e perfino alla fiducia in sé stessi.

Il lavoro appena presentato dall’Istat sulla misurazione della povertà educativa insiste proprio su questo punto: il fenomeno va letto insieme come povertà di risorse e povertà di esiti, cioè come carenza di opportunità e come difficoltà che poi si manifestano negli apprendimenti, nel benessere e nella partecipazione sociale.

Per capire di cosa parliamo basta partire da un dato che colpisce immediatamente: in Italia il 37% dei minori vive in case senza libri o con una disponibilità estremamente ridotta, fino a un massimo di 25 volumi. Non è un dettaglio folkloristico, né una questione da nostalgici della carta stampata.

Vuol dire crescere in ambienti dove l’incontro quotidiano con la lettura, con la curiosità, con il linguaggio e con gli strumenti culturali è più raro. E vuol dire, ancora una volta, che la povertà educativa comincia molto prima del banco di scuola.

Il quadro familiare, del resto, pesa in modo evidente. Secondo le elaborazioni Istat, nel 2024 il 20,7% dei bambini e ragazzi tra 0 e 19 anni ha genitori con basso titolo di studio. Non si tratta di attribuire colpe alle famiglie, ma di riconoscere un dato strutturale: quando il capitale culturale di partenza è più fragile, anche la capacità di accompagnare i figli nei percorsi educativi rischia di esserlo.

La disuguaglianza, insomma, non irrompe all’improvviso nell’adolescenza: spesso si accumula lentamente, dentro le case, nei linguaggi, nei tempi e nelle opportunità disponibili.

Poi c’è la scuola, che dovrebbe essere il primo argine a queste differenze e che invece, troppo spesso, finisce per rifletterle. Uno dei dati più gravi è quello dell’accessibilità: il 41,5% delle scuole non è accessibile agli studenti con disabilità motoria.

È una percentuale che da sola racconta quanto il diritto all’istruzione continui a essere, per molti, un diritto formalmente riconosciuto ma non pienamente garantito nella realtà quotidiana.

Allo stesso modo pesa il tema del tempo scuola: il 42,7% degli alunni della scuola dell’infanzia e primaria non è iscritto al tempo pieno, con effetti evidenti sulla possibilità di offrire occasioni educative più stabili, soprattutto dove il contesto familiare è più fragile.

Anche i servizi per la prima infanzia restano insufficienti. La copertura dei nidi e dei servizi educativi per i bambini tra 0 e 2 anni si ferma al 31,6%. È un dato che pesa molto più di quanto sembri, perché proprio nei primi anni di vita si costruiscono competenze linguistiche, relazionali e cognitive decisive.

Quando l’accesso ai servizi è limitato, la distanza tra chi ha maggiori opportunità e chi ne ha meno si allarga fin da subito. La povertà educativa, quindi, non esplode all’improvviso alle superiori: inizia spesso nei primi anni di vita e si consolida nel tempo.

Ma il problema non si esaurisce né nella famiglia né nella scuola. Conta anche il territorio in cui si cresce. Il 13,3% dei ragazzi tra 11 e 19 anni dichiara di vivere in aree prive di spazi verdi, parchi o giardini, mentre il 35,6% dei minori tra 3 e 19 anni non pratica alcuna attività sportiva. Anche questi non sono dettagli secondari.

Spazi pubblici, sport, occasioni di socialità e di movimento sono parte integrante di un ambiente educativo sano. Dove mancano, il rischio è che la povertà educativa diventi anche povertà relazionale, fisica e civica.

La parte forse più importante del lavoro Istat, però, è che non si limita a misurare ciò che manca: prova anche a leggere cosa succede ai ragazzi quando quelle mancanze si accumulano. Ed è qui che emergono gli esiti.

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Nel 2025 l’8,7% degli studenti dell’ultimo anno della secondaria di secondo grado presenta livelli di competenze insufficienti, in quella che viene definita dispersione implicita. Significa che non basta restare nel sistema scolastico per essere davvero messi nelle condizioni di apprendere.

Si può arrivare fino in fondo al percorso, ma con competenze troppo deboli per trasformare quel titolo in una reale occasione di autonomia e cittadinanza. A questo si aggiunge la dispersione esplicita: nel 2024 il 9,8% dei giovani tra 18 e 24 anni ha abbandonato precocemente istruzione e formazione.

C’è poi un aspetto che troppo spesso viene trascurato quando si parla di istruzione: il benessere personale. Eppure anche questo rientra nella povertà educativa.

Secondo i dati Istat, il 13% dei ragazzi tra 11 e 19 anni si dichiara poco o per niente soddisfatto della propria vita, il 9,5% è insoddisfatto delle relazioni amicali e il 14,1% segnala una scarsa fiducia in sé stesso, tale da avergli impedito di affrontare momenti difficili.

Sono dati che mostrano come la povertà educativa non riguardi soltanto il rendimento scolastico, ma anche la costruzione dell’identità, delle relazioni e della capacità di stare nel mondo.

Per questo il richiamo di UNICEF Italia è importante. Nel suo intervento al convegno Istat, il presidente Nicola Graziano ha sottolineato che la povertà educativa è un fenomeno multidimensionale legato al contesto economico, sociale e familiare in cui vivono le persone minorenni, e ha richiamato le osservazioni del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, che raccomandano all’Italia una risposta complessiva alla povertà minorile capace di garantire accesso a risorse adeguate.

È un passaggio decisivo, perché sposta la questione dal terreno della semplice emergenza sociale a quello dei diritti. Se manca l’accesso a servizi, spazi, cultura e opportunità, non siamo solo davanti a un disagio: siamo davanti a diritti che restano incompiuti.

Il dibattito dovrebbe diventare finalmente politico, nel senso più serio del termine. Per anni la povertà educativa è stata evocata come formula generica, spesso legata solo all’abbandono scolastico.

Ma i dati Istat raccontano altro: raccontano che il problema è sistemico e che investe la qualità delle case, l’offerta dei servizi comunali, l’accessibilità delle scuole, il tempo pieno, la presenza di spazi pubblici, le attività culturali e sportive, il benessere emotivo.

In sostanza, raccontano che la povertà educativa è il nome con cui si manifesta una cittadinanza diseguale già nell’infanzia.

Per questo limitarsi a dire che “servono più fondi per la scuola” non basta. Servono certamente investimenti nell’istruzione, ma serve anche una rete più larga: nidi, tempo pieno, accessibilità, welfare territoriale, spazi di aggregazione, sport, cultura, sostegno alle famiglie, politiche locali capaci di leggere i bisogni reali dei minori.

UNICEF insiste proprio su questo punto anche attraverso il lavoro con i comuni e il programma “Città amiche dei bambini e degli adolescenti”: misurare meglio la povertà educativa serve a costruire politiche più precise, più giuste e più vicine alle condizioni concrete dei territori.

Alla fine, il dato più inquietante non è neppure uno in particolare. È l’insieme. Perché quando un bambino cresce in una casa con pochi libri, in un quartiere con pochi spazi, in una scuola non sempre accessibile, con poco tempo pieno e servizi insufficienti, la povertà educativa smette di essere una categoria statistica e diventa una traiettoria di vita.

E se non viene contrastata presto, rischia di trasformare le differenze di partenza in un destino. Questo è il punto che i numeri Istat rendono ormai difficile ignorare: la povertà educativa non è un tema per addetti ai lavori, ma una misura molto concreta della qualità democratica del Paese.

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