Cina, Afghanistan e Pakistan nella crisi che allarga la guerra

Secondo il governo cinese, i colloqui tra Afghanistan e Pakistan stanno avanzando “a ritmo sostenuto”, dopo settimane di scontri che hanno trasformato il confine tra i due Paesi nel teatro più grave di tensione bilaterale da quando i talebani sono tornati al potere a Kabul nel 2021.

La Cina, che condivide un confine con entrambi, sta cercando di mediare e di offrire una piattaforma negoziale per fermare una crisi che rischia di destabilizzare ulteriormente un’area già sotto pressione.

I colloqui, secondo Reuters e Associated Press, si stanno svolgendo a Urumqi, nello Xinjiang, e rappresentano il tentativo più concreto degli ultimi mesi di rimettere in piedi un canale politico tra due governi ormai precipitati in una spirale di accuse e rappresaglie.

Islamabad sostiene che i talebani afghani offrano rifugio ai militanti del Tehreek-e-Taliban Pakistan, responsabili di attacchi in territorio pakistano; Kabul respinge l’accusa e replica che il terrorismo è un problema interno del Pakistan.

Per capire il peso di questa mediazione bisogna tornare indietro. La crisi è riesplosa nell’ottobre 2025 ed è degenerata nei mesi successivi in scontri di frontiera, bombardamenti, tregue fallite e raid sempre più pesanti. A marzo Reuters ha ricostruito una sequenza di escalation culminata nei raid pakistani in territorio afghano, inclusi attacchi che i talebani hanno attribuito al Pakistan a Kabul e in altre aree urbane.

Islamabad ha negato di aver colpito civili, sostenendo di aver preso di mira infrastrutture militanti, ma il livello dello scontro ha comunque segnato un salto drammatico rispetto agli anni precedenti.

Anche nelle ultimissime settimane il fronte è rimasto acceso. L’Afghanistan ha accusato il Pakistan di bombardare l’area di Asadabad, nell’est del Paese, con vittime e feriti civili, mentre le tregue negoziate durante l’Eid si sono rapidamente sfaldate.

Questo significa che i colloqui in Cina non si aprono in una fase di calma, ma nel pieno di un conflitto ancora vivo, con scarsa fiducia reciproca e con la sicurezza di confine diventata il vero banco di prova del negoziato.

Il ruolo della Cina, in questo quadro, non è neutro né puramente umanitario. Pechino ha interesse diretto a impedire che l’instabilità tra Pakistan e Afghanistan si allarghi verso lo Xinjiang e mini i suoi corridoi regionali, commerciali e strategici.

Per questo ha intensificato i contatti con entrambe le capitali, con telefonate tra ministri degli Esteri, visite di inviati speciali e ora con una mediazione più esplicita. Se il tavolo dovesse reggere, la Cina potrebbe presentarsi come l’attore che riesce a contenere una crisi laddove l’influenza occidentale è molto più debole di un tempo.

Ma oggi questa crisi non può più essere letta isolatamente. Il punto politico vero è che il confronto tra Afghanistan e Pakistan si inserisce in una regione già sconvolta dalla guerra tra Stati Uniti e Iran e dalla più ampia destabilizzazione del Medio Oriente e del Golfo.

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Reuters riferisce che la guerra è ormai entrata nella sua quinta settimana, con ulteriori minacce statunitensi contro infrastrutture iraniane e con una crisi aperta sullo Stretto di Hormuz, il passaggio chiave per una quota rilevante del traffico energetico mondiale.

Il collegamento non è tanto militare diretto quanto strategico. Pakistan e Afghanistan non sono semplici spettatori della guerra con l’Iran: ne subiscono il riverbero geopolitico. Islamabad teme che un conflitto allargato nel Golfo possa aggravare la pressione sulla propria sicurezza interna, sulle forniture energetiche e sui delicati equilibri nelle aree di confine.

Kabul, dal canto suo, si trova ancora più esposta in un momento in cui la regione è attraversata da traffici militari, crisi umanitarie e competizione tra grandi potenze. In altre parole, la guerra Usa-Iran alza ulteriormente il costo di un eventuale fallimento dei colloqui afghano-pakistani. Questa è un’inferenza fondata sul contesto regionale e sugli interessi in gioco.

C’è poi un altro elemento: la Cina sta cercando di giocare una partita diplomatica su più tavoli contemporaneamente. Mentre media tra Pakistan e Afghanistan, Pechino si oppone all’uso della forza per riaprire Hormuz e prova a ritagliarsi un ruolo nella gestione della crisi mediorientale.

Questo rafforza l’idea che i colloqui di Urumqi non siano solo un’iniziativa locale, ma parte di una strategia più ampia con cui la Cina tenta di proporsi come garante di stabilità regionale, dall’Asia meridionale fino al Golfo.

Dai colloqui quindi il segnale che, mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran continua a produrre shock energetici, tensione marittima e pressione sulle rotte commerciali, un altro fronte regionale prova almeno a non esplodere del tutto.

Se il dialogo tra Pakistan e Afghanistan dovesse fallire, la regione si ritroverebbe con due crisi simultanee e interconnesse: una nel Golfo, già globale per effetti economici e strategici, e una lungo il confine afghano-pakistano, dove terrorismo, rivalità statali e fragilità interna si sommano da mesi.

In questo senso, il tavolo aperto dalla Cina vale più di quanto dica il comunicato ufficiale. Non perché la pace sia davvero a portata di mano, ma perché mostra che tutti gli attori coinvolti sanno che la finestra per contenere il disordine regionale si sta restringendo.

E con la guerra tra Usa e Iran ancora aperta, ogni crisi locale in Asia meridionale rischia di diventare parte di un’instabilità molto più vasta.

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