A Milano ci sono quasi 800 minori che oggi, per un motivo o per un altro, non possono restare nella propria famiglia. Il numero riportato dal Corriere della Sera è 786: 347 minori allontanati con provvedimento dell’autorità giudiziaria e inseriti in comunità socioeducative, 234 in affido temporaneo, 205 in comunità insieme alle madri.
Rapportato ai circa 191 mila under 18 residenti in città, significa circa un minore ogni 243. È questo il dato da cui partire, perché a questi livelli non si parla più di una sommatoria di casi isolati. Si parla di una quota stabile e rilevante dell’infanzia milanese che cresce fuori dalla famiglia o dentro forme di protezione sostitutiva.
La prima cosa da chiarire è proprio questa scala. Il lessico amministrativo tende a renderla opaca: affido, comunità, collocamento, presa in carico. Ma il dato, spogliato delle formule tecniche, dice qualcosa di molto semplice: in una delle città più ricche d’Italia ci sono centinaia di bambini e ragazzi che non possono essere tenuti nel loro ambiente familiare senza l’intervento di servizi sociali, giudici, educatori, famiglie affidatarie, strutture residenziali.
Già questo basterebbe a definire il fenomeno per quello che è: non una devianza marginale, ma un indicatore sociale di prima grandezza.
Anche i confronti aiutano a mettere meglio a fuoco il quadro. Il dato dei 786 non coincide con quello dell’affido familiare, ma almeno su quel terreno il Comune di Milano registra da tempo una crescita costante: 304 percorsi di affido nel 2022, 338 nel 2023, 346 nel 2024. Non è quindi un numero che spunta all’improvviso dal nulla.
Almeno una parte importante della tutela minorile milanese mostra un andamento consolidato, non episodico. E questo rende il quadro ancora più serio: non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a una pressione strutturale sul sistema di protezione dell’infanzia.
Il secondo elemento da guardare è la composizione del dato. I quasi 800 minori non appartengono a un solo canale, ma a tre forme diverse di fuori-famiglia: comunità educative su disposizione giudiziaria, affido temporaneo, comunità madre-bambino. Questo significa che il problema non è circoscritto a una specifica categoria di intervento.
Al contrario, attraversa dispositivi diversi, e proprio per questo restituisce l’immagine di una fragilità diffusa. Quando un fenomeno compare contemporaneamente nelle comunità, negli affidi e nei percorsi protetti con le madri, il punto non è più il singolo strumento: è la dimensione del bisogno sociale che quegli strumenti devono assorbire.
A colpire non è solo il volume, ma ciò che quel volume rivela. Le cause richiamate nell’articolo del Corriere sono sempre le stesse: povertà estrema, dipendenze, problemi di salute mentale, incapacità o disinteresse genitoriale. Letti in fila, però, questi fattori non descrivono una serie di incidenti familiari separati.

Descrivono un campo di vulnerabilità sociale molto riconoscibile: nuclei che non reggono la pressione economica, la sofferenza psichica, l’isolamento, la precarietà e il logoramento quotidiano. La novità del dato non sta allora nella singola motivazione, ma nel fatto che tutte queste fragilità sembrano convergere su una platea così ampia di minori.
La città che continua a presentarsi come motore economico, capitale del lavoro qualificato, vetrina dell’innovazione e dell’attrattività urbana, mostra allo stesso tempo una incapacità crescente di proteggere una parte della propria infanzia dentro i legami ordinari della famiglia. Non è una contraddizione secondaria.
È la prova che la ricchezza della metropoli non coincide affatto con la tenuta sociale dei suoi nuclei più fragili. Anzi: può convivere con una pressione tale da rendere impossibile, per molte famiglie, garantire condizioni minime di crescita ai figli.
Il dato, allora, va letto per quello che è: non una curiosità statistica, non un allarme momentaneo, ma la fotografia di una funzione pubblica che si allarga. Se quasi 800 minori devono essere seguiti fuori famiglia o in forme di tutela sostitutiva, vuol dire che il welfare non interviene più soltanto nei casi estremi.
Interviene ormai su una fascia consistente della vita urbana. E questo cambia il significato politico della questione: non si tratta solo di proteggere dei minori in difficoltà, ma di registrare il fatto che una città intera produce, in misura tutt’altro che trascurabile, famiglie che non riescono a reggere.
La forza del numero sta tutta qui. Non tanto nel dibattito sul valore esatto, ma nella soglia che rende il fenomeno impossibile da ridurre a eccezione. Quasi 800 minori fuori famiglia dicono che il disagio non è ai margini: è abbastanza esteso da diventare struttura.
E quando succede questo, non basta più parlare di singole fragilità. Bisogna parlare del modello sociale che le genera, le accumula e poi le consegna ai servizi come se fossero soltanto un problema da amministrare.



