La notizia più inquietante, in occasione del Fiocchetto lilla, la giornata nazionale dedicata ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, non è soltanto che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione siano in crescita. È che cominciano sempre prima. Se, come segnalano in questi giorni la Federazione italiana medici pediatri e la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, l’esordio può comparire già a 8-9 anni, allora il problema non riguarda più solo l’adolescenza in senso stretto.
Riguarda un’infanzia investita troppo presto dall’ansia della performance, dello sguardo e del controllo del corpo.
In Italia si continua a parlare di oltre 3 milioni di persone con disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il Ministero della Salute usa da tempo questo ordine di grandezza nelle proprie campagne e comunicazioni, mentre SINPIA lo rilancia come stima di riferimento. Ma proprio qui c’è un primo punto da non eludere: stiamo parlando di stime consolidate, non di una fotografia epidemiologica definitiva.
Non a caso l’Istituto superiore di sanità ha appena annunciato il primo progetto nazionale per stimarne davvero la diffusione, con l’obiettivo di costruire una mappa reale dei bisogni e dei percorsi di cura. In altre parole: il fenomeno è abbastanza grande da essere riconosciuto come emergenza, ma lo Stato italiano sta ancora cercando di misurarlo meglio.
Questo dettaglio conta, perché obbliga a parlare dei disturbi alimentari con più precisione e meno automatismi. Dire che “crescono i casi” non basta. Il punto più nuovo è che, secondo FIMP e SINPIA, una quota importante riguarda i minori di 14 anni e l’età di esordio si sta abbassando.
È un dato che va maneggiato con prudenza, perché nasce soprattutto da osservazioni cliniche e segnalazioni delle società scientifiche, più che da un unico grande studio nazionale. Ma il suo significato sociale è chiaro: dinamiche che un tempo associavamo agli adolescenti — vergogna del corpo, confronto continuo, rifiuto del cibo, ossessione per il controllo — stanno scendendo nell’età pediatrica.
È qui che la questione smette di essere solo sanitaria e diventa culturale. Se una bambina o un bambino di otto anni può già entrare in un rapporto disturbato con il cibo e con il proprio corpo, allora non siamo più di fronte soltanto a una patologia individuale. Siamo davanti a una pressione sociale che arriva sempre prima.
Il lessico della performance, dell’immagine, dell’autocorrezione permanente non resta confinato nell’età adulta: scende lungo la filiera della crescita, fino a investire chi non ha ancora gli strumenti per difendersi. E infatti, nelle dichiarazioni raccolte in questi giorni, lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, direttore del Centro per i disturbi alimentari dell’Istituto Auxologico Italiano, insiste non solo sull’ansia di apparire, ma su una società schiacciata sul principio per cui “io sono ciò che appaio”.
Qui il digitale va chiamato in causa, ma senza scorciatoie moralistiche. Non serve dire che i social “causano” da soli i disturbi alimentari: sarebbe semplicistico e poco serio. Si può però dire che il digitale funziona come un potente acceleratore. App, filtri, immagini ritoccate, confronto continuo, esposizione permanente allo sguardo altrui anticipano il momento in cui ci si sente giudicabili, modificabili, inadeguati.

È ancora Mendolicchio a osservare che il “corpo digitale” rischia di diventare l’ideale a cui tendere. Non è una prova epidemiologica, ma è una chiave di lettura convincente: i dispositivi digitali comprimono i tempi della crescita e spingono sempre prima bambini e preadolescenti dentro problemi che un tempo esplodevano più tardi.
La pandemia, in questo quadro, ha fatto da moltiplicatore. Le fonti istituzionali e i rilanci di questi giorni parlano di un aumento delle diagnosi e dei casi nel periodo successivo al Covid, spesso sintetizzato in un incremento compreso tra il 30 e il 40%.
Oltre la pandemia resta il dato sostanziale: isolamento, perdita di routine, ansia, ritiro sociale e rapporto più ossessivo con il corpo hanno lasciato una traccia profonda, soprattutto tra i più giovani.
C’è poi un altro elemento che merita di uscire dai margini del discorso pubblico. I disturbi alimentari restano a prevalenza femminile, ma non sono più raccontabili come un problema solo delle ragazze. Nelle interviste e nei materiali diffusi per il Fiocchetto lilla si insiste sempre di più sull’aumento dei casi maschili, soprattutto nelle forme che riguardano l’alimentazione incontrollata, l’ossessione per la massa muscolare e la vigoressia.
Non si tratta di fare classifiche tra sofferenze. È capire che la pressione estetica si è estesa: non lavora più soltanto sul corpo femminile, ma su un’idea generale di corpo performante, controllato, scolpito, socialmente presentabile.
Per questo ridurre tutto alla formula “non mangiano per assomigliare a un modello” sarebbe miope. Il nodo è più profondo: oggi il corpo viene vissuto sempre più presto come progetto, come superficie da correggere, come prova sociale da esibire.
Il cibo diventa uno dei luoghi in cui si scaricano ansia, bisogno di controllo, paura del giudizio, difficoltà a stare nelle relazioni. E quando questo succede già nell’infanzia, il problema non è solo clinico. È il segno di una società che ha anticipato troppo presto le sue richieste di prestazione.
Di qui la necessità di non limitarsi alla sensibilizzazione rituale. La campagna del Ministero della Salute contro stigma e pregiudizi insiste giustamente sul fatto che questi disturbi sono patologie complesse e non capricci individuali. Ma, accanto alla lotta allo stigma, serve una capacità molto più precoce di intercettazione: pediatri, scuole, famiglie, servizi territoriali.
Lo stesso ISS, annunciando il nuovo progetto nazionale di monitoraggio, ha spiegato che l’obiettivo è costruire strumenti per individuare prima i casi e organizzare meglio i percorsi di cura. Se si arriva a otto o nove anni con segnali già visibili, intervenire tardi significa lasciare che la sofferenza si radichi proprio nella fase in cui si forma il rapporto con sé stessi.
Alla fine, la domanda vera è meno sanitaria di quanto sembri. Che società è quella in cui l’infanzia interiorizza così presto il disagio del corpo? Che cosa dice di noi il fatto che il rifiuto del cibo, il controllo ossessivo dell’immagine e la vergogna possano comparire già nella scuola primaria?
I disturbi alimentari non parlano solo di fragilità individuali. Parlano del modo in cui il nostro tempo distribuisce pressione, aspettative e paura di non essere all’altezza. E se oggi l’allarme riguarda bambini e preadolescenti, allora non basta curare il sintomo: bisogna interrogare il mondo che lo produce.



