Giappone in crisi di sonno. Il jet-lag sociale costa 5 miliardi

Il Giappone paga ogni anno circa un trilione di yen (circa 5,5 miliardi di euro) per un problema che assomiglia molto al suo modello di lavoro: lo sfasamento cronico tra il sonno dei giorni feriali e quello del fine settimana, il cosiddetto “jet lag sociale”. È la stima di uno studio dell’Università di Tsukuba, basato sui dati di circa 80 mila lavoratori adulti che hanno monitorato il sonno via smartphone.

Il cuore dello studio è semplice: non conta solo quante ore dormi, conta anche come dormi e soprattutto quanto sei regolare. I ricercatori hanno analizzato più di due milioni di notti registrate da un’app e le hanno confrontate con una misura di produttività “persa” auto-valutata nelle quattro settimane precedenti.

Ne esce un quadro netto: la produttività peggiora quando il sonno è troppo corto o troppo lungo, quando ci si mette molto ad addormentarsi, quando ci si sveglia spesso di notte e quando la differenza tra sonno feriale e sonno del weekend è ampia. Lo sfasamento dei ritmi, in pratica, si traduce in sonnolenza diurna e calo di concentrazione.

Con l’aiuto di modelli di classificazione, il team ha raggruppato i profili di sonno e ha trovato che due categorie hanno un impatto particolarmente pesante sulla produttività: il “sonno di scarsa qualità” e il “jet lag sociale”.

Il risultato economico che ha fatto notizia nasce da qui: chi rientra nel profilo di jet lag sociale, in media, perde circa 136.000 yen all’anno (circa 748 euro) rispetto a chi ha un sonno “sano”. Se quella quota riguarda circa il 16 per cento della popolazione lavorativa, la perdita aggregata arriva a circa un trilione di yen (circa 5,5 miliardi di euro).

Questa storia parla di sonno, ma in Giappone è difficile separarla dall’overworking. Il jet lag sociale è, spesso, la firma di una settimana compressa: orari lunghi, rientri tardivi, sveglie rigide, tempi di spostamento. Nel weekend si prova a recuperare, si sposta avanti il risveglio, si “allunga” il sonno.

Il lunedì, però, l’orologio biologico resta indietro e si riparte con una specie di mini-fuso orario interno. Il dato non è psicologico: è un disallineamento ripetuto che diventa abitudine.

Altre ricerche stimano che le perdite di produttività legate alla privazione di sonno in Giappone possano arrivare a circa il 3 per cento del prodotto interno lordo, e che il Giappone risulti tra i Paesi con meno ore di sonno medie.

Gli autori, comunque, invitano alla cautela: il campione è fatto di utenti di un’app e la produttività è auto-riportata, quindi non è una misura “aziendale” oggettiva.

L’indicazione resta comunque robusta: se la settimana di lavoro costringe a vivere in deficit e il weekend diventa un recupero che sballa i ritmi, il problema non si risolve solo dicendo “dormite di più”. Si risolve rendendo il sonno possibile e regolare, cioè intervenendo su orari, carichi, flessibilità e tempi di vita.