A metà gennaio gli Stati Uniti hanno imbarcato su un volo del Department of Homeland Security nove migranti detenuti in Louisiana e li hanno spediti in Camerun. Secondo la ricostruzione del The New York Times, ripresa da Reuters, quasi nessuno di loro era camerunese e, soprattutto, la maggior parte aveva protezioni disposte da un giudice dell’immigrazione che impedivano il rimpatrio nei Paesi d’origine per rischio di persecuzione o tortura.
La dinamica, per come la descrivono gli avvocati che li assistono, è questa: persone trasferite da vari centri di detenzione, portate ad Alexandria, e poi caricate sul volo senza sapere la destinazione fino all’ultimo.
Una volta arrivate a Yaoundé, l’impressione (raccolta da chi li segue in loco) è che la loro permanenza venga trattata come “transito”, con una pressione implicita: o restano bloccati lì, oppure “accettano” di tornare nel Paese da cui erano fuggiti — proprio quello verso cui un tribunale statunitense aveva vietato il rimpatrio.
Questi nove non erano un caso unico. Lunedì 16 febbraio, gli avvocati hanno detto all’Associated Press che un secondo gruppo è atterrato a Yaoundé: otto persone, anche qui “third-country nationals”, cioè deportati in un Paese con cui non hanno legami. Un funzionario della Casa Bianca (non autorizzato a parlare ufficialmente) ha riconosciuto l’esistenza del secondo volo.
Perché proprio così? La risposta sta nella formula: deportazione verso Paesi terzi. Se non puoi (o non vuoi) rimpatriare direttamente una persona nel suo Paese, oppure se un giudice ti blocca quel rimpatrio per ragioni di protezione, la sposti in uno Stato “terzo” e da lì il ritorno diventa un problema di fatto, non più di diritto.
La tutela non viene cancellata sulla carta, viene svuotata nella pratica. Gli stessi legali parlano apertamente di “scappatoia” legale.

Il Camerun è solo l’ultimo di almeno sette Paesi africani coinvolti in questo tipo di accordi con Washington: tra gli altri vengono citati Sud Sudan, Ruanda, Uganda, Eswatini, Ghana e Guinea Equatoriale. I dettagli di vari accordi — incluso quello con il Camerun — non sono pubblici.
Sui soldi, i numeri cominciano a emergere: un report dello staff democratico della Senate Foreign Relations Committee parla di almeno 40 milioni di dollari spesi per deportare circa 300 persone verso Paesi terzi.
Il report descrive pagamenti “una tantum” tra 4,7 e 7,5 milioni a cinque Paesi (Guinea Equatoriale, Ruanda, El Salvador, Eswatini e Palau) e segnala una macchina che si allarga: documenti interni citati dall’AP parlano di 47 intese in varie fasi (15 concluse, 10 quasi concluse).
Non è solo una questione di costi: è il modello di potere che disegna. DHS, citato dall’AP, sostiene che sta “applicando la legge” e che gli accordi “garantiscono due process” e servono alla sicurezza.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti risponde che non commenta le comunicazioni diplomatiche. Nel frattempo, però, l’effetto pratico resta: persone protette da un provvedimento giudiziario vengono spostate in un Paese terzo e messe in una posizione in cui l’unica uscita realistica rischia di diventare proprio quel ritorno che il tribunale aveva vietato.
Chiamiamola col suo nome: è una politica arbitraria (perché opaca nei criteri e negli accordi), e illegale, perché aggira nello spazio ciò che i tribunali vietano nel merito.
Non serve un complotto: basta una logistica diplomatica senza trasparenza. E quando la tutela legale diventa “trasportabile” su un altro aereo, il messaggio è semplice: le garanzie valgono finché non intralciano la deportazione.



