Niscemi: quel “si sapeva” che diventa peggiore del crollo

A Niscemi la tragedia non inizia quando la SP10 si spezza e il quartiere Sante Croci diventa bordo di un vuoto. La tragedia comincia molto prima, nel punto in cui il rischio smette di essere un fatto tecnico e diventa una scelta politica: quando un dissesto è già mappato, classificato, descritto, eppure resta lì, in attesa del suo turno.

Il “si sapeva” non è una formula moralistica. È un dato amministrativo. La frana che oggi arretra, si allunga, retrocede e inghiotte pezzi di città era già dentro la cartografia del Piano per l’Assetto Idrogeologico: gli esperti ricordano che l’area era già catalogata e che, nelle classificazioni, la pericolosità era molto elevata (P4) e porzioni di infrastrutture e abitazioni risultavano a rischio elevato o molto elevato (R3–R4). Non un sospetto: una scheda.

E non è nemmeno una prima volta. Nel 1997 Niscemi aveva già conosciuto un episodio simile con evacuazioni significative. La memoria del territorio esisteva, i precedenti anche. E allora la domanda che resta sul tavolo, la più scomoda perché non si scarica sulla pioggia, è questa: se lo scenario era noto, perché il fronte non è mai stato realmente messo in sicurezza? Perché si è aspettato che l’instabilità passasse da documento a voragine?

Dal documento al disastro: come un rischio “noto” diventa inevitabile

La sequenza, ormai, è quella tipica del dissesto italiano: preallarmi, piccoli cedimenti, chiusure di strade, sgomberi precauzionali, poi un salto di scala. L’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR (IRPI) ha ricostruito una cronologia che, letta oggi, sembra un copione.

Il 16 gennaio un primo movimento importante a ridosso dell’abitato, con danni e primi sgomberi; il 25 gennaio l’interessamento di un’area più prossima alla città con la SP10 interrotta e una platea ampia di edifici evacuati; il 26 gennaio l’evoluzione drammatica: scarpate cresciute da circa 6 metri a oltre 50 metri, e un fronte lineare arrivato a circa 4 km, con sfollati intorno a 1.500.

Un processo che non “finisce” quando smette di piovere: continua per retrogressione, collassi successivi, assestamenti e nuovi cedimenti.

Questo è un punto cruciale, perché cambia la percezione pubblica. Non siamo davanti alla frana come evento puntuale. Siamo davanti alla frana come sistema dinamico: un corpo che si muove e che può continuare a muoversi, anche se l’emergenza mediatica dura 24 ore.

La geologia è dura, ma non è una scusa

Gli esperti insistono su un aspetto che in Sicilia è quasi una costante: la fragilità dei terreni e l’effetto “interruttore” dell’acqua. Strati argillosi e sabbiosi, versanti che diventano instabili quando si saturano, scivolamenti che trovano superfici preferenziali, fratture che aprono nuove vie di infiltrazione.

Quando l’acqua entra nei pori, cresce la pressione e diminuisce l’attrito interno: non serve il cataclisma, basta una sequenza di piogge persistenti perché un equilibrio già precario inizi a cedere.

Ma sarebbe un errore comodo fermarsi qui, perché “è la natura” è la frase che assolve tutto. La parte che rende Niscemi un caso politico, non solo geologico, è l’altra: la governance del rischio.

“Non c’è cartografia moderna”: amministrare al buio

La Società Geologica Italiana, intervenendo sul caso, ha ricordato un fatto imbarazzante: per una quota enorme del territorio italiano non esiste una cartografia geologica moderna alla scala necessaria (1:50.000), e Niscemi rientra in questo vuoto.

Traduzione brutale: pianifichi, autorizzi, costruisci e gestisci emergenze spesso senza uno strumento conoscitivo aggiornato. Il PAI può essere presente, ma la base conoscitiva con cui aggiorni scelte urbanistiche, drenaggi, reti, vincoli e priorità di intervento resta spesso insufficiente o disomogenea.

E qui sta il cortocircuito: l’Italia è il Paese in cui il rischio è formalmente riconosciuto e, allo stesso tempo, strutturalmente sotto-conosciuto. Da una parte i piani e le sigle (P4, R4), dall’altra la difficoltà cronica di tradurre quei piani in cantieri, manutenzione, monitoraggi permanenti, regole applicate.

“Il PAI è vincolante”: lo è davvero, nella pratica?

Nei decreti regionali che aggiornano il PAI viene ribadito un principio forte: le disposizioni del piano hanno carattere immediatamente vincolante per amministrazioni ed enti, e la pianificazione territoriale non dovrebbe andare in contrasto con esso. È un principio che, sulla carta, chiude la partita.

Ma Niscemi dimostra che tra vincolo e realtà c’è un abisso: il vincolo vive nei documenti; la realtà vive nelle opere (o nella loro assenza), nelle reti idriche, nella regimazione delle acque, nei controlli sull’edificato, nelle scelte impopolari di delocalizzazione quando non c’è alternativa. Il risultato è l’economia dell’emergenza: transenne, brandine, ordinanze e contributi “dopo”.

I soldi arrivano dopo: 900 euro al mese e il costo del rinvio

In queste ore si discute del CAS, il contributo di autonoma sistemazione per chi è stato costretto a lasciare casa: 400 euro a nucleo più 100 euro per componente, fino a 900 euro mensili. È un aiuto necessario, non si discute. Ma è anche il simbolo perfetto del modello italiano: spendere dopo, tamponare dopo, pagare dopo. In altre parole: la prevenzione costa troppo finché non diventa inevitabile; poi l’emergenza costa comunque, e in più distrugge case, strade e vite quotidiane.

E soprattutto, l’emergenza non è neutra: mentre lo Stato organizza contributi, la frana cambia il valore di un’abitazione, cancella un quartiere, interrompe collegamenti, trasforma una comunità in sfollati. Sono costi reali, ma raramente contabilizzati come tali quando si decide se finanziare drenaggi, monitoraggi o opere strutturali.

Che cosa significa davvero “governare” un rischio così

Dire che Niscemi “poteva essere evitata” significa una cosa precisa: non che si potesse impedire ogni movimento del versante, ma che si poteva ridurre l’esposizione, anticipare le scelte, rendere meno devastante l’impatto. Governare un rischio del genere significa almeno quattro cose, tutte scomode:

Significa monitorare in modo permanente (non solo quando la frana esplode) con strumenti adeguati: radar interferometrici, inclinometri, reti di controllo, rilievi continui delle fratture.

Significa intervenire sulla gestione delle acque: regimazione delle piogge, drenaggi, controllo dello scorrimento superficiale che incide e scava, manutenzione delle infrastrutture che possono aggravare la vulnerabilità.

Significa accettare che alcune porzioni di edificato, quando il fronte arretra, non possono più essere “ripopolate”: si delocalizza, punto. E significa, soprattutto, rendere il PAI qualcosa che vive nella città: vincoli chiari, trasparenti, comunicati, applicati, non relegati a una mappa consultata dopo il disastro.

Foto di Niscemi prima e dopo il crollo presa dal sito del Giornale di Sicilia