Corte Suprema Usa: sentenze sempre più a favore dei ricchi

In qualunque democrazia, la promessa più ambiziosa della giustizia non è l’infallibilità, ma l’imparzialità. Non è un dettaglio simbolico, negli Stati Uniti, che i giudici della Corte Suprema prestino un giuramento che li vincola non solo alla Costituzione, ma anche a garantire pari diritti ai poveri e ai ricchi. Per decenni questa formula è rimasta sullo sfondo come un richiamo etico, quasi retorico.

Oggi, invece, sta tornando al centro del dibattito pubblico perché un filone crescente di ricerche suggerisce che il massimo tribunale americano non sia semplicemente diventato più conservatore o più progressista a seconda delle stagioni politiche, ma che si sia spostato in modo strutturale in una direzione che, nel risultato concreto delle sentenze, tende a favorire con maggior frequenza la parte più ricca della società.

Un nuovo studio firmato da economisti legati a Yale e Columbia University, pubblicato nei primi giorni del 2026 con un titolo volutamente esplicito, sostiene che negli ultimi decenni si sia aperta una frattura profonda nella Corte Suprema proprio nei casi in cui lo scontro non è soltanto giuridico, ma distributivo. L’idea di fondo è semplice: in molte controversie economiche, dietro i principi astratti, c’è una domanda molto concreta, cioè da che parte si spostano risorse, potere contrattuale e protezioni.

Se un tribunale decide più spesso in modo da rafforzare il lato già forte, la giustizia può restare formalmente “neutrale” sul piano delle formule, ma diventa prevedibile sul piano degli effetti. È qui che la questione diventa immediatamente pertinente per chiunque si occupi di povertà e disuguaglianze, perché la povertà non dipende soltanto dalla crescita economica o dalle scelte di bilancio dei governi: dipende anche dalle regole che stabiliscono chi paga i costi, chi incassa i benefici e chi può difendersi.

Lo studio di Yale e Columbia prova a misurare questa tendenza con una metodologia che ambisce a essere replicabile. Gli autori non si limitano a contare quante volte vincono le imprese o quante volte perdono i lavoratori, ma classificano le parti in causa in base alla loro probabilità di essere “ricche” o “povere” e considerano un voto favorevole ai ricchi quando l’esito sposta direttamente risorse verso la parte più probabile ricca.

È un approccio che riconosce, implicitamente, ciò che spesso viene rimosso dal discorso legale: molte sentenze non redistribuiscono reddito con un assegno, ma lo redistribuiscono cambiando incentivi, tutele, responsabilità e rapporti di forza. Una decisione che riduce la capacità di un’autorità pubblica di regolamentare un settore, per esempio, può tradursi in maggiori rendite per chi possiede capitale e in maggiori rischi o costi per chi dipende da un salario o da un servizio pubblico.

Il risultato più discusso dello studio è la fotografia del cambiamento nel tempo. Nel 1953, secondo l’analisi, i giudici nominati da presidenti democratici e repubblicani erano statisticamente indistinguibili: in media decidevano circa nel quarantacinque per cento dei casi a favore della parte più ricca. In altre parole, per quanto la Corte potesse essere più o meno attivista, non emergeva un orientamento sistematico e polarizzato nel senso economico del termine.

Nel 2022, invece, la distanza diventa netta: il giudice “medio” nominato da un presidente repubblicano avrebbe votato a favore della parte più ricca in circa il settanta per cento dei casi, mentre il giudice “medio” nominato da un presidente democratico si fermerebbe attorno al trentacinque per cento. Il dato non dice soltanto che la Corte è più divisa, ma che la divisione segue una linea che incrocia direttamente l’asimmetria di ricchezza.

Questa lettura non nasce nel vuoto. Da tempo, studiosi di diritto e scienziati politici misurano un fenomeno correlato con un criterio più semplice, cioè la frequenza con cui le aziende ottengono decisioni favorevoli nel corso delle diverse epoche della Corte Suprema. Un lavoro citato nel dibattito recente ha stimato che, nel secolo concluso nel 2021, la Corte Suprema si sia pronunciata a favore delle aziende in media nel quarantuno per cento dei casi; ma nella Corte guidata da John Roberts a partire dal 2005 questa percentuale salirebbe al sessantatré per cento.

All’opposto, nella stagione della Corte guidata da Earl Warren tra il 1953 e il 1969, le aziende avrebbero prevalso soltanto nel ventinove per cento dei casi. Anche questi numeri non vanno letti come un referendum morale. Vanno letti come un indicatore: l’orientamento generale della Corte cambia, e con esso cambia la probabilità che una controversia economica venga risolta in modo più favorevole a chi ha già risorse e capacità di sostenere lunghi contenziosi.

“Live! Protest in front of the US Supreme Court” by Geoff Livingston is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Il punto non è ridurre ogni sentenza a una contabilità elementare, né immaginare che i giudici siano agenti automatici di una classe sociale. Il punto è capire che, in sistemi dove la ricchezza è concentrata, anche le istituzioni che dovrebbero bilanciare il potere rischiano di diventare, per inerzia o per scelta, moltiplicatori di quella concentrazione.

Quando una Corte restringe la capacità di regolazione di un’agenzia federale, o rende più difficile l’azione collettiva dei lavoratori, o amplia i margini per il denaro nella politica, l’effetto non resta confinato alle aule di tribunale. Si traduce in salari, in tutele, in qualità dei servizi, in esposizione a rischi sanitari e ambientali, in accesso alla rappresentanza. È così che le disuguaglianze diventano povertà persistente: non come evento improvviso, ma come struttura che impedisce ai redditi bassi di trasformarsi in stabilità.

Gli autori dello studio cercano di rendere questo passaggio più visibile anche con esempi concreti. Una decisione che obbliga lo Stato a intervenire per ridurre danni collettivi può essere interpretata come un trasferimento di benefici verso la popolazione più esposta e meno protetta, e dunque verso chi è mediamente più povero, perché riduce costi che, altrimenti, ricadono in modo regressivo.

Al contrario, una decisione che riduce concorrenza, indebolisce la rete di sicurezza sociale o rafforza la posizione dei datori di lavoro rispetto ai lavoratori tende a spostare risorse e potere verso soggetti mediamente più ricchi. È un modo di leggere la giurisprudenza che non pretende di incasellare ogni caso, ma che prova a prendere sul serio la domanda che spesso viene aggirata: chi guadagna e chi perde, in termini materiali, dopo una sentenza.

Naturalmente, questo tipo di classificazione contiene una dose di giudizio e quindi espone lo studio a critiche. Nel dibattito, alcuni giuristi hanno osservato che la programmazione di una griglia “pro ricchi” e “pro poveri” può incorporare assunzioni discutibili, per esempio trattando certe normative come automaticamente favorevoli ai poveri. Altri hanno espresso scetticismo sul fatto che studenti universitari possano codificare in modo affidabile casi complessi.

Gli autori replicano con l’idea di un protocollo trasparente, controlli di qualità e l’esclusione dei casi unanimi o difficili da classificare. Al di là della disputa metodologica, che può essere utile e necessaria, resta un dato politico e sociale che non si può liquidare con una battuta: la percezione di una Corte che renda più agevole la tutela degli interessi economici forti rispetto a quella dei cittadini comuni si sta radicando, e questa percezione si intreccia con il calo di fiducia verso l’istituzione registrato negli ultimi anni da vari sondaggi.

Qui la questione smette di essere americana in senso stretto e diventa globale. Gli Stati Uniti non sono soltanto un Paese: sono un modello di diritto societario, finanziario e regolatorio che produce onde lunghe su mercati e politiche di altri Paesi. Se l’asse della giurisprudenza federale si sposta in modo da rendere più difficile la regolazione, più fragile la contrattazione collettiva o più permeabile la politica al denaro, quel cambiamento influenza l’ecosistema in cui operano multinazionali, fondi e piattaforme.

E quando l’ecosistema globale premia ancora di più la rendita e ancora meno la protezione sociale, i primi a pagare non sono i gruppi che hanno accesso a consulenti, arbitrati e pianificazione legale, ma le famiglie a reddito medio e basso, dentro e fuori gli Stati Uniti. La povertà, in questa prospettiva, non è soltanto mancanza di reddito: è esposizione sistematica a rischi che non si possono assicurare, è dipendenza da servizi pubblici indeboliti, è incapacità di difendersi in un contenzioso, è perdita di voce politica.

Per questo un’analisi sulla Corte Suprema “che favorisce i ricchi” non interessa soltanto chi segue la cronaca giudiziaria di Washington. In un momento storico in cui la ricchezza tende a concentrarsi e la politica sembra spesso incapace di ridistribuire senza essere accusata di “punire il successo”, il ruolo delle corti diventa ancora più delicato.

Non perché debbano sostituirsi ai parlamenti, ma perché, di fatto, decidono i margini del possibile. Se quei margini si restringono sistematicamente a sfavore dei redditi bassi, la promessa di pari diritti tra poveri e ricchi resta un rituale. E i rituali, quando non reggono più la realtà, diventano una delle forme più raffinate di povertà culturale: la distanza tra ciò che una società dice di essere e ciò che, nei fatti, permette che accada.

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