Baciamo le mani. Atreju e i cortigiani del potere

C’è sempre un momento, nelle feste di partito travestite da “kermesse culturale”, in cui capisci che la cultura è entrata solo per chiedere dov’è il bagno e poi è uscita di nuovo, in punta di piedi. Quel momento, ad Atreju, coincide con la sfilata degli “esterni”: gente dello spettacolo, del giro giusto, dei salotti che si dicono indipendenti e poi scoprono una vocazione improvvisa per il pellegrinaggio.

Non è politica, dicono. È “dialogo”. È “confronto”. È “ascolto”. È “ci tenevo a passare”. Certo. E infatti non passano: si fermano. Si accomodano. Si mettono in posa. E, soprattutto, si fanno vedere mentre rendono omaggio. Non a un’idea, non a un programma, non a un dossier. A una mano. A un centro di gravità.

Al potere, nella sua forma più antica e più semplice: il padrone da riverire, con la promessa implicita che domani, se cambia il vento, si potrà riverire un altro padrone con la stessa naturalezza con cui si cambia l’abbonamento streaming.

È una scena che in Italia riesce sempre benissimo: la devozione laica. Quella che non crede in nulla, ma rispetta tutto ciò che comanda. Il linguaggio del corpo è più onesto di quello delle dichiarazioni: mezzi inchini, sorrisi larghi, complimenti rotondi, frasi che non dicono niente ma lo dicono con convinzione.

Il “brava”, il “complimenti”, il “che energia”, il “che bella atmosfera”. Mancano solo gli incensieri, ma per il resto siamo lì: una liturgia del consenso in cui l’unica preghiera è “ricordati di me”.

La cosa più comica è l’aria da coraggio. “Sono venuto anche se…” Anche se cosa? Anche se poi mi fischiano su X? Anche se il mio pubblico si irrita? Anche se rischio un titolino cattivo? È un coraggio a basso costo, sponsorizzato dall’unica moneta che non va mai in crisi: la prossimità al potere.

Perché nel nostro Paese l’indipendenza è un valore sacro, purché fotografabile accanto a chi firma nomine, distribuisce attenzioni, apre porte, chiude telefonate, sposta luci.

E poi c’è la favola più tenera: “Io non faccio politica”. È la frase preferita da chi la fa in modo perfetto, perché la politica non è solo sedersi in Parlamento: è scegliere dove farsi vedere, a chi stringere la mano, quali palchi rendere legittimi con la propria presenza.

Se davvero “non fai politica”, il tuo corpo non diventa un endorsement ambulante. Invece eccoli lì, a certificare normalità, a mettere la loro faccia come timbro: se ci sono loro, allora va bene. Se ci sono loro, allora è “trasversale”. Se ci sono loro, allora possiamo smettere di far finta che non sia quello che è.

Jose Antonio CC BY 4.0

Non c’è bisogno di complotti. Funziona a istinto. È la biologia del cortigiano: annusa l’aria, capisce dov’è il caldo, si avvicina. Non perché ami davvero la causa, ma perché teme l’irrilevanza più di qualsiasi incoerenza.

L’irrilevanza è il vero inferno dei famosi: non la critica, non la polemica, ma il silenzio. E il potere, questo, lo sa. Ti concede un pass, una pacca, una frase in pubblico, e tu ricambi con la devozione di chi ha finalmente ritrovato un posto a tavola.

Il punto non è nemmeno Giorgia Meloni. Il punto è il meccanismo: la corte. Il cerimoniale. L’abitudine nazionale a trasformare la politica in padronato e i cittadini in personale di servizio, con la differenza che qui non si porta il vassoio: si porta il prestigio.

È un baratto perfetto: tu mi dai la tua “popolarità”, io ti do la mia “centralità”. Tu mi dai la tua faccia, io ti do un posto nella foto. E la foto, oggi, è più importante di qualsiasi idea: la foto resta, la frase passa.

E siccome siamo sinceri, diciamolo senza poesia: molti sono andati a baciare la mano perché la mano firma. E perché in Italia il potere non si discute: si frequenta. Si annusa. Si corteggia. Si liscia.

E quando la mano non è più quella giusta, non c’è tragedia: si passa alla successiva con l’eleganza di chi chiama “coerenza” la propria capacità di stare sempre dove conviene. Il servilismo, qui, non è un difetto: è una competenza trasversale.

Alla fine, Atreju diventa questo: non solo un evento, ma un test di fedeltà sociale. Un casting permanente per il ruolo di “persona ragionevole” nel Paese dove la ragionevolezza coincide con l’essere compatibili col potere.

E se qualcuno obietta, parte subito il ricatto morale: “Ma allora non bisogna parlare con nessuno?” No: bisogna parlare con tutti. Ma senza inginocchiarsi. Senza recitare la parte dei devoti. Senza confondere il confronto con la reverenza, e la libertà con la voglia di essere invitati alla prossima cena.

Perché il problema non è chi va. È come ci va. Con quella postura da suddito riconoscente, da ospite che ringrazia per l’onore di essere tollerato. E con quella prontezza tutta italiana a prepararsi già al prossimo altare: quello di domani, quello più conveniente, quello a cui—con la stessa disinvoltura—si potrà ricominciare a fare inchini. Magari giurando, ancora una volta, di non fare politica.