Forse oggi vogliono restituirlo, quell’oro che nel 1935 il regime fascista chiese alle famiglie con la “Giornata della Fede”: le fedi nuziali consegnate allo Stato, un anello di metallo scadente in cambio, la scritta “Oro alla Patria” a chiudere la scena.
Allora serviva a finanziare la guerra, oggi compare di nuovo in Parlamento, stavolta sotto forma di emendamento alla legge di bilancio, firmato da Fratelli d’Italia, eredi dichiarati della tradizione Msi, erede dichiarato del regime fascista. L’oro non passa più dalle mani delle persone, ma dalla contabilità della banca centrale a quella dello Stato. Il messaggio resta simile: l’oro siamo noi.
L’emendamento dice questo, nero su bianco: le riserve auree detenute e gestite dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano. Due righe dentro la manovra. Non prevedono vendite, non stanziano soldi, non collegano quei lingotti a nessuna misura concreta. Cambiano l’intestazione: da patrimonio di Bankitalia a patrimonio dello Stato.
Oggi quell’oro è iscritto nel bilancio della Banca d’Italia, non del Tesoro. Sono migliaia di tonnellate in lingotti tra Roma e caveau esteri, una delle principali riserve al mondo. La banca centrale è un ente pubblico ma separato dal governo: la sua funzione è tenere in piedi la stabilità monetaria e finanziaria, non tappare i buchi politici dell’ultima legge di bilancio.
Le riserve auree servono a far sì che quando l’Italia chiede soldi in prestito qualcuno glieli dia ancora, a garantire che dietro il debito c’è un paracadute reale, a intervenire se la fiducia sulla moneta scricchiola. Non sono nate per finanziare bonus elettorali.
Scrivere che l’oro appartiene allo Stato non cancella i trattati europei, che vietano comunque di usare direttamente la banca centrale per la spesa pubblica. Cambia però il segnale: il proprietario formale del paracadute diventa lo stesso soggetto che ogni anno compila la manovra.
Sulla carta è una sfumatura. Per chi guarda ai segnali, no. Prima era patrimonio di un’istituzione autonoma, ora, nelle intenzioni di FdI, diventerebbe un bene intestato al decisore politico, con la banca centrale retrocessa a ruolo di custode.
Il Ministero dell’Economia non l’ha presa come una trovata identitaria innocua. Nei pareri interni si parla del rischio che la mossa venga letta come un esproprio delle riserve della banca centrale e di attrito con le regole europee sull’indipendenza delle banche centrali.

In parole povere: se il governo mette mano, anche solo formalmente, al tesoro di sicurezza di Bankitalia, i mercati possono chiedersi quanto è in affanno. La Banca centrale europea non è stata consultata prima di scrivere le due righe. Per un sistema che vive di “credibilità”, è un modo piuttosto diretto di tirare la corda.
Sul piano sociale, la domanda resta quella che non si fa mai in conferenza stampa (anche perchè ormai nelle conferenze stampa del governo sono vietate le domande al conducente, come ai bei tempi di nonno Benito): che cosa cambia per chi è povero o ci sta arrivando? La risposta è semplice: niente. L’oro resta dov’è. I vincoli restano gli stessi.
La manovra non diventa più espansiva, non spunta un reddito minimo stabile, non arriva un piano serio su case popolari, sanità, salari. Chi vive con mille euro al mese, chi è in fila ai servizi sociali, chi aspetta mesi per una visita, non ha nessun contatto con quell’“in nome del popolo italiano”.
Resta la funzione politica del gesto. Quando una maggioranza arriva alla legge di bilancio senza voler toccare davvero grandi patrimoni, rendite, evasione, lo spazio per misure strutturali si chiude. Serve comunque un segnale da dare all’elettorato: qualcosa che faccia sentire la parola “sovranità” senza cambiare la distribuzione del peso tra chi sta in alto e chi sta in basso.
In questa manovra il segnale è l’oro di Bankitalia intestato allo Stato. Non è un diversivo costruito a tavolino, è il sintomo di un limite: sul piano dei rapporti sociali non si vuole intervenire, quindi ci si sposta sul piano simbolico.
La formula “in nome del popolo italiano” è l’unica parte generosa della storia. Se la prendessimo sul serio, dovremmo vedere quel popolo comparire nelle scelte di bilancio, non solo nel preambolo di un emendamento. Per ora l’unico passaggio reale è l’eventuale cambio di intestazione di un patrimonio che nessun povero vedrà mai.
La formula “in nome del popolo italiano” è la parte più solenne dell’emendamento, ma si ferma lì. Nelle tabelle della manovra quel popolo non compare: non c’è un collegamento tra le riserve auree e nuove risorse per reddito, casa, sanità, lavoro.
L’unico effetto concreto, se l’emendamento dovesse arrivare in aula ed essere approvato, sarà un diverso inquadramento formale di quell’oro nei rapporti tra Stato e banca centrale. Per chi vive in povertà o vicino alla soglia non cambia nulla: l’oro resta un tema di contabilità e di segnali ai mercati, non un pezzo della propria sicurezza materiale.


