A Corleone, nei primi giorni di dicembre, Lucia Pecoraro (78 anni) ha ucciso la figlia Giuseppina Milone (47), donna autistica non pienamente autosufficiente, e poi si è tolta la vita. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe lasciato una lettera di scuse. La ricostruzione giudiziaria è in corso, ma il fatto – per come è emerso – ha già prodotto un effetto prevedibile: un’ondata di commenti, interpretazioni, etichette.
Quello che conta, però, non è aggiungere morale a una tragedia. È capire perché episodi di questo tipo riescono a scivolare subito dentro una narrazione comoda (“dramma familiare”, “atto disperato”, “omicidio compassionevole”) che, quasi sempre, ottiene un risultato preciso: spostare l’attenzione dalla persona uccisa al dolore di chi uccide. E trasformare una questione politica – servizi, diritti, supporti – in un racconto emotivo, quindi improduttivo.
La solitudine non è un sentimento: è un’organizzazione del welfare. Il caso di Corleone viene letto soprattutto come prova della solitudine del caregiver. È una lettura fondata: dopo la morte del marito (avvenuta mesi prima), Pecoraro si sarebbe trovata da sola nella gestione quotidiana della figlia, in un quadro complicato anche da problemi di mobilità.
Ma la solitudine non è “psicologia”. È assetto materiale: ore di assistenza non coperte, sostegni che arrivano a intermittenza, procedure che si moltiplicano, servizi territoriali diseguali, respiro (il cosiddetto “sollievo”) trattato come favore e non come standard. Se l’assistenza familiare diventa l’unico pilastro, quel pilastro prima o poi si incrina: per età, malattia, lutto, impoverimento, isolamento. Non serve eroismo, basta aritmetica.
Luca Trapanese, attivista e scrittore, ha riportato la discussione sul nodo che molti genitori ripetono da anni: il “dopo di noi”, cioè cosa accade quando chi assiste non può più farlo. È un punto che la politica cita spesso e risolve di rado, perché richiede scelte strutturali: progetti di vita indipendente, abitare supportato, presa in carico continuativa, comunità capaci di sostituire (almeno in parte) la famiglia senza istituzionalizzare.
L’altra solitudine: la persona disabile come “vita accessoria”. la persona con disabilità nel racconto pubblico rischia di diventare una comparsa. Quando la stampa parla di “omicidio compassionevole”, il messaggio implicito è che quella vita fosse, in fondo, una vita di cui si può discutere la legittimità.
Qui non si tratta di censurare il dolore dei familiari né di fingere che l’assistenza non logori. Si tratta di evitare una scorciatoia culturale: se la disabilità viene descritta solo come peso, dipendenza e destino di sofferenza, allora la persona disabile diventa “sacrificabile” nel discorso pubblico. E il delitto, invece di essere chiamato per quello che è, viene avvolto da una comprensione automatica che non si concede ad altre vittime.

In questa cornice, anche le parole contano. “Dramma familiare” è una formula che non spiega nulla. Sposta il tema dalla sfera dei diritti a quella del privato, come se la cura fosse un affare domestico e non una responsabilità collettiva.
Nei servizi la distanza tra norme e vita reale è amplissima. L’Italia, formalmente, dispone di strumenti: la legge sul “Dopo di noi” (112/2016) e un fondo dedicato, ripartito alle Regioni. Ma qui sta il punto: una norma non è un servizio, un fondo non è un’équipe sul territorio, un riparto non è una presa in carico. E soprattutto: se il sostegno resta frammentato, la famiglia continua a fare da ammortizzatore universale.
La questione, quindi, non è soltanto “mettere più soldi” (anche). È come vengono spesi e dove si colloca la responsabilità. Se il sistema presume che il caregiver sia sempre disponibile, sempre competente, sempre resistente, allora il sistema non “aiuta”: si appoggia. E quando succede qualcosa, scopre di aver delegato la parte più complessa a chi aveva meno strumenti per reggerla.
Raccontare Corleone in modo sobrio significa rifiutare due falsi opposti: la favola dell’eroe (il caregiver come santo civile); la favola dell’eccezione (il gesto come episodio isolato, quindi archiviabile).
Tra queste due scorciatoie c’è il terreno reale: una società che invecchia, famiglie più piccole, servizi diseguali, lavoro che non lascia tempo, e una disabilità raccontata ancora troppo spesso come tragedia in sé, invece che come condizione di vita che richiede diritti esigibili.
Quanto abbiamo normalizzato l’idea che la cura, in Italia, sia un compito privato fino al collasso del caregiver? Tanto. Troppo. E alla fine si normalizza anche l’idea che epiloghi come quello di Corleone siano inevitabili. Ma non è così, non è stato il “destino”.



