Cina, export in calo: troppe merci, i prezzi scendono

Le cronache economiche lo chiamano “crollo inaspettato delle esportazioni”. Ma quello che è accaduto in Cina a ottobre 2025 somiglia più a un paradosso: le fabbriche continuano a produrre a ritmo pieno, le navi partono cariche, eppure il valore delle esportazioni scende.

L’Amministrazione delle dogane di Pechino ha registrato una flessione dell’1,1 % rispetto all’anno scorso: la prima dopo otto mesi di crescita. Gli economisti occidentali si aspettavano un altro segno più; invece è arrivato il segno meno, e non per mancanza di ordini. È perché le merci cinesi valgono meno di prima.

Il cuore del problema è la sovracapacità. Dopo anni di investimenti pubblici e di credito facile, la Cina produce più automobili, pannelli solari, batterie e acciaio di quanto il mondo riesca ad assorbire. Quando la domanda interna rallenta – e in Cina oggi rallenta forte, schiacciata da una crisi immobiliare e da risparmi erosi – le fabbriche non si fermano: svendono.

I prezzi scendono, il volume resta alto, e il valore totale delle esportazioni comincia a calare. È un’illusione ottica del capitalismo industriale cinese: la locomotiva continua a correre, ma trascina vagoni sempre più leggeri.

Nell’anno in cui Pechino si avvicina al suo secondo surplus commerciale record, i numeri raccontano una storia di eccesso. Le esportazioni di auto elettriche, simbolo della nuova potenza tecnologica cinese, sono aumentate di un quarto nei pezzi, ma solo del 17 % nel valore. È come se il mondo stesse comprando più macchine ma spendendo meno per ciascuna.

Lo stesso vale per i pannelli solari e le batterie: quantità in aumento, prezzi in caduta libera. Un meccanismo che ricorda i vecchi dumping dell’acciaio o del tessile, ma questa volta applicato ai settori “verdi” su cui l’Occidente conta per la transizione energetica.

Non è solo economia: è geopolitica travestita da sconto. I governi di Stati Uniti, Brasile, India e Turchia hanno già introdotto dazi contro le esportazioni cinesi, accusando Pechino di inondare i mercati per far collassare la concorrenza.

Ma i container continuano ad arrivare, e spesso aggirano i dazi passando da Vietnam o Malesia. La Cina esporta più di tre volte quello che importa dagli Stati Uniti: un surplus gigantesco che tiene in piedi milioni di posti di lavoro e compensa la stagnazione interna. Il resto del mondo, nel frattempo, compra prodotti sempre più economici ma costruisce dipendenza.

La logica è semplice: mantenere l’occupazione, anche a costo di tagliare i margini. Il governo cinese teme il vuoto delle fabbriche più del calo dei profitti. Finché le linee di montaggio restano accese, il malessere sociale resta gestibile.

Così Pechino incentiva la produzione, sostiene il credito e lascia che l’eccesso si riversi all’estero. Gli altri, soprattutto in Europa, si ritrovano a discutere se difendere i propri produttori o accettare l’invasione di beni a basso costo che abbassano i prezzi al consumo ma bruciano industrie locali.

In realtà non c’è nessuna “caduta improvvisa” dell’export cinese. C’è un sistema che comincia a piegarsi sotto il proprio peso. Ogni volta che la Cina apre un nuovo stabilimento di auto elettriche o di pannelli fotovoltaici, crea un po’ di domanda in meno per le fabbriche tedesche, coreane, messicane.

Ma crea anche il rischio di un’economia mondiale basata sulla deflazione industriale: tutto costa meno, ma tutto vale meno, lavoro compreso. È il capitalismo del surplus, dove la potenza produttiva diventa una forma di arma.

Pechino non sta solo vendendo beni: sta ridefinendo i prezzi di interi settori. L’energia pulita, le auto, l’elettronica di consumo vengono rimodellate da un paese che produce troppo e accetta di guadagnare poco pur di non fermarsi.

L’Occidente osserva, protesta, mette dazi e poi compra lo stesso, perché il mercato non sa resistere a un affare. La Cina, intanto, scambia valore per tempo: svaluta le proprie merci per mantenere il lavoro e la stabilità interna. È una strategia di sopravvivenza e, insieme, un messaggio politico: se il mondo vuole la transizione ecologica, la farà ai prezzi di Pechino.

Il calo dell’1,1 % non è un incidente, è un sintomo. Significa che la Cina sta esportando la sua crisi di saturazione, trasformando la sovrapproduzione in geopolitica dei prezzi. Gli altri si accorgono tardi che dietro i container pieni di auto e batterie non c’è solo la potenza industriale di un paese, ma la fragilità di un sistema che, per non crollare, deve vendere sempre di più, a sempre meno.