Siria, l’Isis rialza la testa e spinge Damasco verso gli USA

Negli ultimi mesi il fronte siriano dell’ISIS ha smesso di essere una “coda” del conflitto e ha ricominciato a somigliare a un dossier di prima fascia. I numeri lo dicono meglio delle dichiarazioni: solo nelle aree autonome del nord-est controllate dalle forze curdo-arabe, le SDF, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha contato dall’inizio dell’anno 209 attacchi attribuiti allo Stato islamico, con 97 morti tra civili e combattenti.

Gli assalti sono concentrati soprattutto nella provincia di Deir ez-Zor, il corridoio più poroso tra Siria e Iraq, dove le cellule dormienti possono colpire con razzi anticarro, granate RPG o drive-by su moto e sparire nel giro di minuti.

Non si tratta di grandi offensive territoriali, ma di una campagna di logoramento contro i tre bersagli più vulnerabili: i posti di blocco, i quadri delle forze di sicurezza curde (Asayish) e i funzionari locali percepiti come collaboratori.

Nell’ultima ondata sono finiti nel mirino perfino la sede del ministero della Difesa siriano a Deir ez-Zor e l’abitazione del direttore dei trasporti di Jadida Okaidat: segnali che l’ISIS sta testando non solo la capacità di risposta delle SDF, ma anche quella del nuovo apparato statale siriano, ancora incompleto dopo la caduta di Assad del dicembre 2024.

Le SDF, da parte loro, non sono ferme: a ottobre hanno condotto più operazioni mirate contro cellule dell’IS a nord di Raqqa, arrestando in un solo blitz cinque uomini, tre dei quali descritti come “leader di alto rango”, e sequestrando armi ed esplosivi. Ma rispetto alla fase 2016-2019 c’è una differenza vistosa: il sostegno occidentale è più basso e politicamente più condizionato.

Gli Stati Uniti, già nell’aprile scorso, avevano annunciato il dimezzamento del contingente nel nord-est siriano a circa mille uomini; e le SDF sono finite sotto critiche interne per arresti arbitrari e gestione discriminatoria delle aree arabe, alimentando un malcontento di cui l’ISIS approfitta.

È in questo contesto che va letta la svolta diplomatica di novembre: Damasco si prepara a entrare formalmente nella coalizione globale anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, per la prima volta dalla nascita del gruppo jihadista. Il presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, l’uomo che ha preso le redini del paese dopo l’uscita di scena di Assad, sarà ricevuto alla Casa Bianca il 10 novembre: l’inviato speciale USA per la Siria, Tom Barrack, ha già parlato di “passo notevole” e di “cooperazione che di fatto è già in corso”.

“Massive influx of Syrian Kurdish refugees into Turkey” by EU Civil Protection and Humanitarian Aid is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

In realtà, come ha ricostruito il Middle East Institute, operazioni congiunte tra forze della coalizione e reparti siriani contro leader dell’ISIS nella zona di al-Dumayr sono state condotte in silenzio già a ottobre: l’ingresso nella coalizione serve a metterci sopra il sigillo politico.

Per Washington la mossa ha almeno tre vantaggi. Primo: stabilizzare l’est del paese mentre si riduce la presenza militare USA. Secondo: legare il nuovo governo di Damasco a una piattaforma multilaterale invece di lasciarlo totalmente nelle mani di russi e iraniani. Terzo: chiudere una falla di legittimità nella campagna anti-ISIS, che finora si svolgeva in Siria senza che la Siria ne facesse parte.

Non a caso, nelle stesse ore, l’amministrazione ha presentato al Consiglio di sicurezza una proposta per allentare le sanzioni ONU su Damasco, a patto che il governo continui a cooperare su controterrorismo.

Per al-Sharaa l’operazione è ancora più utile: entrare nella coalizione significa ottenere riconoscimento internazionale rapido, legittimare l’integrazione – finora incompleta – delle SDF nell’esercito siriano e presentarsi come l’unico soggetto capace di contenere non solo l’ISIS, ma anche le milizie filo-iraniane e i residui jihadisti di Idlib.

Parallelamente si stanno tenendo colloqui USA-Siria-Israele per ripristinare le intese sul Golan del 1974: se Damasco diventa co-gestore della minaccia ISIS, diventa più spendibile anche su altri tavoli regionali.

Resta però il nodo sostanziale: l’ISIS oggi non punta a riconquistare Raqqa, punta a sopravvivere e a infestare le aree grigie di un paese ancora diviso tra esercito regolare, forze curde, milizie locali e presenza turca nel nord. Finché quel mosaico resta così frammentato, i 16 attacchi registrati solo a ottobre nel nord-est – l’SOHR parla di “netto aumento” – rischiano di essere la nuova normalità.

L’ingresso della Siria nella coalizione è un passo politico forte, quasi simbolico dopo anni di isolamento, ma non sostituisce il lavoro sporco sul terreno: controlli più serrati a Deir ez-Zor, integrazione vera delle unità curde nell’esercito e, soprattutto, ricostruzione di amministrazioni locali che tolgano all’ISIS il suo bacino di reclutamento preferito, la popolazione araba marginalizzata del medio Eufrate. Se questo non succede, la bandiera nera continuerà a comparire dove lo Stato non arriva.

“Kurdish YPG Fighter” by Kurdishstruggle is licensed under CC BY 2.0.