C’è un’immagine che riassume il voto olandese di fine ottobre: Rob Jetten che sorride, circondato da microfoni, mentre ripete il suo slogan “Si può fare”. Sembra leggero, eppure dietro quel sorriso c’è la mappa di un Paese spaccato, stanco della rabbia e in cerca di una nuova stabilità. I Democratici 66 (D66), partito liberale-progressista, hanno vinto a sorpresa le elezioni con 26 seggi, lo stesso numero del Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders, ma con più voti complessivi e quindi il diritto di provare a formare il nuovo governo. È un risultato che pochi mesi fa sembrava impossibile.
Rob Jetten, 38 anni, ex ministro del clima, è un personaggio anomalo per la politica olandese: giovane, apertamente gay, tecnicamente preparato ma capace di raccontarsi sui social come un influencer. La sua campagna è stata costruita su TikTok, video curati, toni luminosi e un messaggio preciso: “Il futuro non è una minaccia, è una possibilità”. In un Paese dove l’ultima stagione politica era dominata dalla destra anti-immigrazione e dal linguaggio della paura, la sua è stata una rottura di tono prima ancora che di contenuto.
Ma la vittoria non è solo una questione di immagine. L’Olanda, una delle economie più avanzate d’Europa, vive da anni un paradosso che ricorda quello di molti Paesi occidentali: crescita economica costante, ma aumento della disuguaglianza, crisi abitativa, salari stagnanti e un senso diffuso di precarietà. Gli affitti a Amsterdam e Rotterdam sono ormai inaccessibili per la maggior parte dei giovani lavoratori, e il costo della vita ha superato del 20% la media europea. Le proteste degli agricoltori, iniziate come opposizione alle politiche ambientali, sono diventate un canale di rabbia sociale più ampia, che Wilders ha cavalcato fino a diventare il volto del malcontento.
Jetten ha capito che non bastava rispondere a Wilders con i valori liberali o con la difesa dei diritti civili: doveva entrare anche sul terreno materiale, quello della vita quotidiana. Ha promesso dieci nuove città per risolvere la crisi della casa – un piano forse troppo ambizioso, secondo gli economisti – e investimenti su scuola e trasporti. Ma la mossa decisiva è stata spostare la discussione sull’immigrazione: niente porte aperte, ma regole “rigorose e umane”. Richiedenti asilo da gestire fuori dai confini UE, stop agli abusi del sistema, ma nessuna caccia allo straniero. È il modo in cui ha svuotato la retorica di Wilders senza adottarla.

La società olandese, più meticcia e urbanizzata di quella di vent’anni fa, si è riconosciuta in quella sintesi. I sondaggi post-voto mostrano che D66 ha recuperato consensi tra i giovani laureati, le donne urbane e una parte della classe media che nel 2023 aveva votato destra per disperazione. Il suo messaggio ha funzionato come antidepressivo politico: non negare le paure, ma dire che si possono governare. “Yes we can”, ma in olandese.
Eppure, dietro l’entusiasmo, il quadro sociale resta fragile. I dati sul benessere pubblicati dall’Ufficio di Statistica mostrano che il 13% degli olandesi vive oggi in condizioni di “povertà relativa”, un livello che non si vedeva da oltre un decennio.
La spesa per la casa assorbe fino al 40% del reddito medio, e le famiglie a basso reddito sono le prime a sentire gli effetti della transizione ecologica e dei tagli energetici. La crisi climatica, poi, si intreccia con quella dei territori rurali: in molte province, la riduzione delle emissioni agricole significa chiusura di aziende e perdita di lavoro. È lì che la destra radicale resta forte, nonostante la battuta d’arresto elettorale.
Il successo di Jetten è dunque anche un test per il futuro del centrismo europeo: può sopravvivere solo se traduce l’ottimismo della campagna in risultati concreti. Formare un governo sarà un’impresa complicata — serviranno almeno quattro partiti, in un parlamento frammentato dove ognuno rivendica la propria fetta di consenso. Se il nuovo premier non riuscirà a costruire case, garantire redditi e ridurre la precarietà, la rabbia che ha sconfitto Wilders tornerà più forte.
Il voto olandese del 2025 racconta una cosa che va oltre l’Aia: il populismo non si batte solo con la morale, ma con la fiducia. E la fiducia, per restare viva, ha bisogno di migliorare la vita materiale delle persone. TikTok e sorrisi possono vincere un’elezione. Per cambiare davvero un Paese, servono case, salari e sicurezza quotidiana.



