Le banche alimentano le bombe di carbonio

Negli ultimi cinque anni l’industria dei combustibili fossili ha ampliato il perimetro delle cosiddette “bombe di carbonio” invece di ridurlo. Alle 425 mappate nel 2022 se ne aggiungono oggi molte altre, fino a comporre un quadro di oltre seicento mega-progetti in grado, ciascuno, di sprigionare più di un miliardo di tonnellate di CO₂ nel corso della loro vita operativa.

Una scala che rende marginali i progressi registrati altrove e che spiega perché le emissioni potenziali sommate superino di undici volte il bilancio di carbonio compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C. Non è uno slogan: è aritmetica climatica.

Il punto di snodo resta la finanza. Tra il 2021 e il 2024 le principali banche mondiali hanno continuato ad alimentare il settore con flussi corposi, prevalentemente attraverso linee corporate e operazioni di mercato che sostengono i gruppi proprietari dei progetti. In cima alla classifica figurano colossi statunitensi come JPMorgan Chase, Citigroup e Bank of America, affiancati in Asia da Mizuho Financial e Mitsubishi UFJ Financial.

In Europa spicca Barclays, primo attore del continente per impegno economico a favore delle società coinvolte, con esposizioni che toccano decine di miliardi di dollari e un portafoglio che comprende nomi come Eni, ExxonMobil e TotalEnergies. È l’indizio di una strategia più che di un’eccezione, e racconta come la promessa di allineamento climatico, se non cambia la direzione dei capitali, resti un esercizio di stile.

La geografia delle “bombe” corre lungo l’asse che unisce Cina, Russia, Stati Uniti, Australia, India e Arabia Saudita. Ma l’Europa è tutt’altro che spettatrice: l’elenco delle compagnie più attive comprende TotalEnergies, BP, Shell e, per l’Italia, Eni, presente in diversi progetti mappati.

Questo coinvolgimento fa dell’Italia un nodo della rete globale, non un caso marginale. Il dossier non offre un inventario nazionale dei finanziatori nel quadriennio considerato, ma il ruolo di Eni e la dinamica dei grandi istituti europei indicano che il nostro Paese non è ai margini della partita.

Sul piano politico e giuridico i segnali si moltiplicano. Già nel 2021 l’Agenzia internazionale dell’energia aveva chiarito che nuovi investimenti in estrazione non sono compatibili con una traiettoria net-zero; con l’ulteriore riconoscimento internazionale della gravità della crisi climatica, cresce anche l’esposizione legale di governi e investitori che continuano a sostenere licenze e sussidi alle fonti fossili. È un monito concreto per regolatori, fondi pensione e gestori, chiamati a trasformare i target in scelte allocative reali.

Nel frattempo la corsa al gas naturale liquefatto aggiunge inerzia al sistema energetico. La pianificazione di nuovi terminali di esportazione mostra la volontà dell’industria di ancorare domanda e infrastrutture per i decenni a venire, nonostante le analisi indipendenti indichino capacità già eccedenti in uno scenario coerente con 1,5 °C.

In assenza di un cambio di rotta dei capitali, le politiche pubbliche rischiano di restare lettera morta. È qui che si gioca la credibilità della transizione: o si disinnescano le “bombe di carbonio”, oppure si continua ad alimentarle.