UK: “il razzismo della polizia contro i neri è strutturale”

A Londra un rapporto interno, commissionato dalla Metropolitan Police a una società esterna di consulenza, ha fotografato il razzismo anti-nero non come una deviazione, ma come funzione di sistema: bias annidati nel reclutamento, nelle valutazioni, nelle promozioni; denunce derubricate a “scherzi”; chi segnala punito come “troppo sensibile”.

Il documento – titolo eloquente, 30 Patterns of Harm – secondo The Guardian, sarebbe circolato ai vertici a luglio e poi sepolto in attesa di “valutazioni”, secondo quanto affermato dal Guardian. Nel frattempo, comunicati sulla “riforma in corso” e lodi alla trasparenza. La trasparenza che non pubblica.

Non è una miccia isolata. In questi mesi la stampa britannica ha mostrato come pratiche invasive ricadano in modo disproporzionato sui neri londinesi (perquisizioni intime comprese), alimentando la frattura di fiducia che la retorica ufficiale dice di voler ricucire.

E in Italia? Qui la domanda vera non è se “abbiamo lo stesso problema”, ma se abbiamo gli stessi strumenti per guardarlo in faccia. L’Europa un avvertimento l’ha dato: la FRA, l’Agenzia UE per i diritti fondamentali, ha pubblicato il primo quadro comparato sul razzismo nel policing, segnalando lacune normative e operative nella prevenzione della profilazione etnica. Non è un j’accuse generico: è un manuale dei doveri disattesi.

Anche il Consiglio d’Europa ha indicato l’Italia col dito: l’ECRI ha parlato apertamente di profilazioni e ha chiesto indagini indipendenti, ricevendo in risposta sdegno politico e difesa d’ufficio del “corpo sano”. Il punto è proprio questo: quando l’organo di controllo chiede luce, la politica alza il volume. Luce, no; volume, sì.

Sul piano interno, l’OSCE-ODIHR registra che l’Italia trasmette i dati di polizia sui crimini d’odio, ma dal 2018 non invia più i dati di procura e magistratura. La filiera informativa si interrompe a metà: fotografiamo il momento dell’arresto, non l’esito della giustizia. È un buco che rende opaco proprio il tratto in cui la discriminazione dovrebbe essere riconosciuta, perseguita, misurata.

“A lot of yellow : TSG Police Line : Student Protests – Parliament Square, Westminster 2010” by bobaliciouslondon is licensed under CC BY 2.0.

C’è poi il nodo che nessuno vuole toccare: in Italia non esiste un divieto esplicito di profilazione razziale in legge ordinaria. Lo ripetono giuristi e associazioni da anni: servono norme chiare, protocolli di controllo, indicatori pubblici. Se lo Stato non definisce la pratica, non la monitora e non la punisce, resta una “percezione” da talk show.

La società civile, intanto, fa il lavoro sporco: Amnesty ha documentato gli abusi durante i lockdown, quando i corpi “non conformi” venivano fermati più spesso; Lunaria e le sue Cronache di ordinario razzismo incrociano dati ufficiali e casi. Ma non è questo il punto: non può essere solo la società civile a mappare un rischio che riguarda lo Stato.

E allora la domanda di Diogene è semplice e scomoda: perché da noi non si fanno – e non si pubblicano – revisioni strutturali come quella londinese? Non c’è bisogno di attendere la tragedia che costringe alle perizie postume.

Servirebbero tre mosse elementari: una verifica indipendente sui processi HR nelle forze dell’ordine (reclutamento, avanzamenti, sanzioni), un divieto esplicito di profilazione etnica con controlli esterni e dati completi su tutto il ciclo penale, dalla denuncia alla sentenza. Se non le vogliamo fare, diciamolo: preferiamo non sapere.

Il paragone con Londra non assolve nessuno. Semmai indica una posta in gioco identica: non “mele marce”, ma architettura. Se il razzismo vive nei moduli, nelle valutazioni, nelle parole d’ordine che nessuno discute, allora non basta l’ennesimo codice etico. Serve riscrivere il software organizzativo. E pubblicarne i log.

Finché questo non accade, continueremo a scambiare la reputazione per realtà, il comunicato per riforma, l’orgoglio di corpo per cultura dei diritti. E continueremo a chiederci, domani come oggi, perché la fiducia si sfaldi proprio dove dovrebbe nascere.

By Southbanksteve – originally posted to Flickr as Many streets were cut off, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6394656